Capitolo 214

Dopo l’estate si torna alle cose di sempre. Si torna al cinema e, di conseguenza, si torna anche a scrivere di cinema. Non è facile parlare di film due giorni dopo un terremoto devastante, non è facile parlare di qualsiasi cosa, ci sarebbe solo bisogno di silenzio. La pubblicazione di questo capitolo poteva essere rimandata, ma così non sarà, perché almeno il cinema è una distrazione sana, un modo per allontanarsi un paio d’ore dalla brutalità del mondo reale e dalle sciocchezze dei tanti analfabeti funzionali che sputano sentenze dietro le tastiere dei pc.

Ghostbusters (2016): Premetto che il film originale lo so a memoria e che la sua locandina campeggia allegramente sul muro della mia stanza. Detto ciò, penso di avere la giusta qualifica per parlare benino di questo remake senza essere massacrato: i paragoni, ovviamente, non si possono proprio fare, e per questo non li facciamo, ma se si prende questo prodotto così com’è, beh, non è proprio così brutto come crede chi non l’ha neanche visto. C’è un po’ di diffidenza all’inizio, è chiaro, ma piano piano si fa un po’ più convincente. La cosa più bella è il concerto metal, la cosa più brutta è l’invadenza forzata di Hemsworth. Il passato viene omaggiato e rispettato, credo: i camei sono bellissimi. Ci può stare.

La notte del giudizio – Election Year (2016): Ultimo (?) capitolo di una saga basata su un’idea molto interessante, che ringrazio per avermi salvato per tre serate nelle ultime tre estati. Diciamolo, fosse uscito a febbraio non ci avremmo neanche fatto caso, ma come film estivo, quando si sente quel bisogno totale di vedere qualcosa in sala, funziona eccome. Interessante il tema delle imminenti elezioni presidenziali, che vede contrapposti una donna e un pazzo furioso: ricorda qualcosa?

Ma Loute (2016): Amo il cinema francese, si sa, ma l’ultima fatica di Bruno Dumont non mi ha convinto del tutto. Il film di per sé non è male, ma i personaggi (che cast!) sono tutti esageratamente (e volutamente) sopra le righe, e alla fine tutto questo è un po’ stancante. Una nota di merito per Didier Despres: sarà anche grazie alla voce del doppiatore di Peter Griffin (Mino Caprio), ma il suo commissario Machin è grandioso.

1001 Grammi (2014): Il cinema norvegese ha le sue chicche, e il regista Bent Hamer è sicuramente uno dei suoi fiori all’occhiello. Questo suo nuovo film, arrivato in Italia con due anni di ritardo, è senza dubbio ben realizzato, tenero, ma purtroppo è un po’ troppo “misurato” (scusate il gioco di parole): poteva osare un po’ di più, poteva lasciarsi andare, invece sembra sempre un po’ trattenuto, come se non volesse infrangere la flemma della messa in scena. Il suo messaggio però è limpido e davvero ben raccontato: abbiamo tutti bisogno di un po’ di caos per ricominciare a vivere.

The Witch (2015): Se ne parlava come l’horror dell’anno, cosa che mi ha incuriosito, poi il passaggio al Sundance Festival mi ha finalmente convinto a correre al cinema al primo giorno di programmazione. Bel film? Senza dubbio. Realistico fino in fondo, tecnicamente ineccepibile ma… Anche qui c’è un “ma”: è troppo freddo. Troppo freddo. Mi ha lasciato distante dalla sorte dei personaggi, non mi interessava sapere del loro destino e quando il film abbandona l’angoscia e il sospetto per trasformarsi in un horror più classico non funziona del tutto. Tuttavia il finale è molto interessante. Occasione mancata.

Tutti dicono I Love You (1996): Forse il miglior film di Woody Allen degli ultimi vent’anni. Il cast è immenso, le location sono perfette e molte scene sono memorabili: il siparietto dei fantasmi pieni di voglia di vivere, il figlio che diventa repubblicano a causa di mancanza di ossigeno nel cervello, Woody che conquista Julia Roberts con le informazioni ottenute durante le sue sedute psicoanalitiche e tantissime altre: “Io non ho mai creduto in Dio, nemmeno quando ero piccolo, pensavo: anche se dovesse esistere, ha lavorato talmente male che mi meraviglio che la gente non si coalizzi tutta e non lo trascini in tribunale”. Splendido.

Napoleon Dynamite (2004): Il film di Jared Hess ambisce alla leggerezza indie, ai film del primo Wes Anderson, di Noah Baumbach o Alexander Payne, ma risulta semplicemente strambo e poco più. Si salva la scena della danza funk davanti a tutta la scuola, il resto è piuttosto dimenticabile.

The Invitation (2015): Un thriller psicologico molto interessante, che in Italia, va’ a capire il perché, è uscito solo in home video e non al cinema. Una coppia di sposi, due anni dopo aver perso totalmente i contatti con i suoi amici più cari, invita tutto il gruppo di una volta (compreso l’ex marito di lei) nella loro villa sulle colline di Hollywood. I due però si comportano in maniera piuttosto stramba… Il seguito è da scoprire. Una sorta di “Perfetti Sconosciuti” in salsa horror? Il film della brava Karyn Kusama trasmette una continua sensazione di disagio e per molto tempo non capisci se è solo paranoia o realtà, un po’ come in “Rosemary’s Baby” di Polanski. L’ultimo fotogramma poi lascia davvero a bocca aperta. Da recuperare, e occhio a quando andate a cena da amici che non vedete da un po’…

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Tutte le citazioni di “Stranger Things”

Sembra essere diventato il gioco dell’estate: cogliere più citazioni possibili dal nuovo fenomeno televisivo della stagione, l’acclamato e meraviglioso “Stranger Things”, nuova serie tv targata Netflix, capace di trasportarci, nel giro di otto episodi, nei nostri amatissimi anni 80. Sono davvero innumerevoli le citazioni disseminate tra le varie scene di questa serie tv: abbiamo provato a raccogliere qui tutti i riferimenti che siamo riusciti a trovare (e, mi raccomando, se ne avete altri da aggiungere potete continuare la lista sui commenti). Cominciamo a giocare, in rigoroso ordine alfabetico (e fate attenzione, perché quanto segue è pieno zeppo di spoiler, siete avvisati!).

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Recensione “Stranger Things” (2016)

Sono appena finiti i titoli di coda dell’ultima puntata. Una ventina di ore fa non sapevo neanche di cosa parlasse e adesso faccio fatica a togliermi dalla testa gli anni 80 e soprattutto la città di Hawkins, nella quale si svolgono i fatti di “Stranger Things”. Inutile sperare di poter vedere le otto puntate della serie creata dai fratelli Duffer in un periodo di tempo dilatato: ogni puntata tira l’altra, e sarà davvero difficile rimandare la visione dell’episodio successivo ad un altro giorno. L’ultima arrivata in casa Netflix sembra essere la serie capolavoro per i trentenni/quarantenni di oggi, quelli che hanno vissuto gli anni d’oro del cinema di avventure per ragazzi, di fantascienza per teenager: i rimandi continui ai cult movie dell’epoca tuttavia sono solo una delle caratteristiche che fanno di “Stranger Things” la migliore serie di questo 2016. La storia è appassionante, tira molti fili, apre molte trame, portandole tutte a conclusione. I personaggi sono assolutamente convincenti, perfetti in ogni sfumatura: i ragazzini un po’ nerd, uniti da quella amicizia che forse solo gli anni 80 hanno saputo davvero raccontare, gli adolescenti che combattono tra problemi personali e bisogno di aiutare i propri cari, la madre-coraggio (grande ritorno per Winona Ryder) che non si arrende neanche di fronte alla presunta evidenza, il poliziotto dal passato tormentato, che attraverso il suo lavoro vuole salvare se stesso dai propri demoni. C’è il governo, che come sempre ha pochi scrupoli e sembra nascondere qualcosa di importante. E poi c’è lei, Elle, la vera protagonista, il collegamento tra tutte le vicende e tra tutti i personaggi, un po’ come E.T., un po’ come la Carrie di Stephen King: fragile, spaventata, coraggiosa, dolce e… pericolosa.

Il 6 novembre 1983 a Hawkins, una remota e tranquilla cittadina dell’Indiana, il dodicenne Will Byers, membro di un ristretto gruppo di quattro amici fraterni, sparisce in circostanze misteriose; allo stesso tempo in un laboratorio segreto nei dintorni della stessa cittadina un ricercatore è vittima di un’inquietante creatura. Dallo stesso laboratorio Hawkins, una stramba ragazzina dai poteri paranormali approfitta della confusione generata dall’incidente per fuggire. Dopo aver trovato rifugio in un ristorante, inseguita da agenti del laboratorio, continua la sua fuga imbattendosi nei tre migliori amici di Will, ovvero Mike, Dustin e Lucas, che si erano messi sulle tracce del fidato compagno svanito nel nulla. La ragazza, che si identifica con il numero tatuato sul suo braccio, Eleven, crea un legame particolare con Mike, il quale accetta di nasconderla nella sua abitazione. I tre ragazzi, insieme a Eleven, non potendosi fidare degli adulti, decideranno di lanciarsi da soli alla ricerca di Will, ritrovandosi coinvolti in una pericolosa avventura dalla quale potrebbero non uscire vivi.

Accompagnato da una colonna sonora perfetta, capace di alternare suggestioni synth (molto vicine ai temi di John Carpenter) a grandi successi del passato (dai Jefferson Airplane ai Toto, dalle Bangles a Peter Gabriel, dai Joe Division ai Clash, grandi protagonisti della serie con “Should I Stay or Should I go”, la canzone preferita di Will), “Stranger Things” come dicevamo si nutre dei grandi classici del cinema anni 70 a 80: il debito maggiore è senza dubbio nei confronti di “E.T. L’Extraterrestre”, omaggiato ad ampie riprese per tutta la serie, ma non mancano numerose strizzate d’occhio ai vari “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, “I Goonies”, “Stand By Me”, “It”, “Carrie lo sguardo di Satana”, “La Casa”, “Scuola di mostri”, “Lo squalo” e ovviamente il sempre citatissimo “Guerre Stellari” (e molti altri: i più cinefili troveranno anche un grande omaggio a “Blow Up” di Antonioni). Insomma, “Stranger Things” prende il meglio del cinema per ragazzi (e non solo) di trent’anni fa, lo rimescola, lo digerisce per poi trasformarlo in un prodotto impeccabile. Il suo merito è di non funzionare solo come “Operazione Nostalgia”, ma di saper emozionare, tenendo lo spettatore sul filo per gran parte dei suoi otto bellissimi episodi.

Datemi dunque un gruppo di ragazzini in bici sulle strade della provincia americana, datemi una vicenda piena di mistero, datemi una ragazzina dai poteri paranormali, datemi l’avventura e la fantascienza anni 80 e soprattutto datemi al più presto una seconda stagione di “Stranger Things”. Nel frattempo vedetevi la prima: perdersela è veramente impensabile.

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Capitolo 213

Ultimo capitolo di “Una vita da Cinefilo” prima delle vacanze estive. Ovviamente come decido di partire per le vacanze gli uffici stampa piazzano due-tre proiezioni tutte insieme. Poco male, recupererò alcuni di questi film a settembre, in sala. Per il resto approfitto di questo capitolo per augurarvi le migliori vacanze, con la promessa (o la minaccia, a seconda dei punti di vista) di ritrovarci prima che possiate dire “crostata di mirtilli” (citazione facile facile). A presto e continuate a vedere film, che tra le tante cose di questo mondo, questa è sempre una delle più belle.

Fast Food Nation (2006): Richard Linklater, tra quelli in attività, è senza dubbio uno dei miei registi preferiti. Per questo motivo ho approfittato di Netflix per vedere uno dei suoi film meno famosi, che sicuramente racchiude qualche spunto di riflessione decisamente interessante. Una serie di personaggi ruota intorno ad un’importante catena di fast food, dove gli interessi privati sono sempre più forti di qualunque questione morale. Il cameo di Ethan Hawke è probabilmente la cosa più bella del film: quando lui e Linklater si incontrano nasce la magia.

Pelé (2016): Biopic molto colorato e molto ben confezionato. Girato benissimo, è il classico film impeccabile al quale manca però un elemento fondamentale: il cuore. Sono comunque tante le scene degne di nota, su tutte la formazione brasiliana che palleggia tra le sale di un albergo (imitando un celebre spot della Nike di tanti anni fa, con i giocatori del Brasile che si passavano il pallone tra i corridoi di un aeroporto). Maradona (di Kusturica) è megli’e Pelé, che comunque resta un buon film.

Tutti vogliono qualcosa (2016): Lo so, ne avevo già parlato nel capitolo scorso ma, con la scusa di farlo vedere alla mia ragazza, ho approfittato per vederlo una seconda volta. Stavolta si apprezza di più la parte iniziale, essendo già a conoscenza del finale, si capisce dove il film voglia andare a parare. Insomma, è ancora più bello. Decisamente la mia fissazione del periodo. A Linklater il merito di avermi messo in testa una canzone hip hop (“Rapper’s Delight”): non pensavo sarebbe mai successo.

Il piano di Maggie (2015): Sono sempre dell’idea che il cinema mi lanci continuamente dei segni. In questo caso Ethan Hawke che ascolta “Dancing in the Dark” di Springsteen prima del concerto di domani al Circo Massimo mi è sembrata una bella strizzatina d’occhio alla mia esistenza. Tutte stupidaggini, ovvio, ma lasciatemi il gusto di viverla così. Un film scritto e diretto da donne, decisamente femminile, ma molto piacevole. Julianne Moore è straordinaria, Greta Gerwig sempre grande.

Nati con la camicia (1983): La notizia della morte di Bud Spencer mi ha lasciato davvero senza parole. Mi restano i ricordi di un’infanzia felice, e la possibilità di rivedere i suoi film più belli. Questo è sempre stato uno dei miei preferiti, con la CIA, K1, “Ciao Grillo” e il mitico “Guarda là! Tiè!”. Eterno (e grande la colonna sonora di Micalizzi).

Il segreto dei suoi occhi (2009): Quello di Juan Josè Campanella è forse il film più presente tra i 213 capitoli di questa rubrica. Lo rivedo spesso, è vero, ma ogni volta è un’emozione fortissima. Lacrime calde ad ogni visione. Per me non sarà mai soltanto un film. Questa ennesima visione è dovuta al fatto che ho riletto per la seconda volta il libro dal quale è stato tratto, molto differente in realtà, molto più politico, ma decisamente simile nel mood malinconico e nostalgico. “Temo”.

It Follows (2014): Gran bella sorpresa. Un bel carico di angoscia, capace di evitare lo spavento facile per puntare forte sull’inquietudine, il che lo rende uno dei migliori horror che ho visto negli ultimi anni. Odio quei film che puntano su effetti sonori sparati a tutto volume all’improvviso al solo scopo di farti saltare in aria. Sono bravo pure io così. Questo per fortuna è differente, ed è davvero bellissimo. Il problema è che tornando a casa dal cinema ho visto un signore anziano che camminava verso di me come la “cosa” del film, e ho avuto un momento di panico. Tutto a posto comunque. Credo.

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Capitolo 212

La primavera lentamente ci abbandona per lasciare spazio all’estate, ciò significa che i cinema stanno per chiudere i battenti in attesa della nuova stagione (occhio alle arene estive e alla programmazione speciale a 3 euro però, c’è tanto da recuperare!). Altri cinque film in questo nuovo capitolo di “Una Vita da Cinefilo”, tutti film recenti tranne un cult degli anni 80, che sono finalmente riuscito a vedere e la solita consapevolezza che non vivremo mai abbastanza per vedere, recuperare e rivedere tutti i film che vogliamo vedere.

Marguerite & Julien (2015): Valerie Donzelli, dopo “La guerra è dichiarata” che ho amato, e “Main dans la main” che ho apprezzato tanto, un anno fa si presentava a Cannes con un film scritto nientepopodimenoche per Truffaut. Io impazzivo all’idea di vederlo, ma le aspettative, si sa, sono sempre pericolose. Alla fine questo film sembra una sorta di “Adele H” girato tipo da me. La storia è anche coinvolgente, ma la messa in scena è molto superficiale. Dimenticabile.

Breakfast Club (1985): Questo è uno di quei film che avrei dovuto vedere una quindicina di anni fa, perché poi finisce che viene citato in milioni di telefilm, film e cartoni animati (Simpson su tutti) e lo vai a capire solo adesso. Un cult di John Hughes dove si ride e si pensa, un bellissimo ritratto generazionale pieno zeppo di stereotipi, ma in fondo chi se ne importa: è un film bellissimo. Gli anni 80 sono stati il decennio migliore per i teen movie, e questo è uno dei suoi tanti picchi. Nostalgia.

Julieta (2016): Pedro Almodovar ultimamente doveva farsi perdonare qualcosa. A chi lo accusava di aver perso l’ispirazione, il regista spagnolo dal capello discutibile torna con un film bellissimo che non viene intaccato neanche da una forzatura nel finale grossa quanto tutta Madrid. Una splendida esplosione di colori, all’interno dei quali si muove la sorprendente Adriana Ugarte (alla quale do il benvenuto nel club delle 485 donne della mia vita). Bello.

Neon Demon (2016): Io a Refn voglio decisamente bene: non mi interessano i buchi nella sceneggiatura e neanche ci faccio tanto caso se il film si perde per strada. Le sue pellicole sono girate talmente bene che resterei a guardarle per ore, le sue inquadrature, l’uso delle luci, il modo in cui si muovono i personaggi, è tutto talmente affascinante che alla fine non è più neanche importante se il film è bello o brutto, è semplicemente una goduria visiva. Per lo spettatore meno interessato all’estetica si può dire che “Neon Demon” parte bene, poi però a metà film decide di trasformarsi in qualcos’altro, perdendosi nella follia. Parafrasando la frase più importante del film, secondo Refn si potrebbe dire che “la bellezza delle immagini non è tutto, è l’unica cosa”.

Tutti vogliono qualcosa (2016): Me lo sono lasciato per ultimo, come un dessert. Premetto che Richard Linklater è uno dei miei registi preferiti in assoluto, ma questo già si sa, anche perché se guardate l’immagine di profilo del blog potete trovare il piccolo protagonista di “Boyhood”. Durante i primi minuti ero terrorizzato dall’idea che “Everybody wants some” potesse deludermi. La storia si evolve quasi subito (“Dazed and Confused” è dietro l’angolo), si capisce che per fortuna questo film non vuole essere né “Animal House” né tanto meno “Porky’s” (due filmoni, comunque) e mi si stampa in faccia un sorriso che non finisce più. Sui titoli di coda avevo lo sguardo perso nel vuoto, immerso nei ricordi e nella malinconia di un tempo ormai passato. Una grande presa a bene, ma anche il colpo di grazia per ogni trentenne nostalgico. Tanta follia, tanti sorrisi, tanta voglia di rivederlo subito.

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Recensione “Tutti vogliono qualcosa” (“Everybody wants some”, 2016)

Considerato il seguito spirituale di “Dazed and Confused” (in italiano “La vita è un sogno”), il nuovo film di Richard Linklater riprende molti dei temi cari al suo cinema: il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, l’ossessione per il tempo che passa e la necessità di vivere ogni momento senza l’oppressione del domani. Il regista texano prende in prestito il titolo di una canzone dei Van Halen (“Everybody wants some!!”, per l’appunto) e torna dunque a rivivere quegli anni d’oro che tanto ricorrono nel suo cinema: con il film d’esordio, il già citato “Dazed and Confused”, Linklater ci raccontava l’ultimo giorno di liceo di un gruppo di amici; “Boyhood” invece si concludeva con l’arrivo al college del protagonista. Stavolta la storia si apre con l’arrivo in macchina della matricola Jake, raccontandoci l’incontro con i suoi compagni di squadra e l’inevitabile weekend fuori di testa prima dell’inizio delle lezioni.

1980. Dopo il liceo Jake, promettente giocatore di baseball, si trasferisce al college grazie ad una borsa di studio che gli permette di vivere nella stessa grande casa dove già alloggiano i suoi compagni di squadra. Mancano tre giorni all’inizio delle lezioni, tre giorni in cui Jake e i suoi nuovi amici, alcuni veterani, altri matricole come lui, si immergeranno in un tour de force di feste, serate, concerti, allenamenti e soprattutto nuovi incontri, nonostante i due dettami del coach: no alcool, no donne…

Una colonna sonora zeppa di classici del rock (da “My Sharona” dei Knack a “Heart of Glass” di Blondie, passando per i Devo, i Dire Straits e molti altri, inclusi ovviamente i Van Halen), un cast di giovani sconosciuti di talento e la solita attenzione per i dialoghi che, anche se a tratti rivelano la superficialità di alcuni personaggi, sono perfetti per la caratterizzazione di questo gruppo di giovani promesse, talenti spediti in una mischia dove la competizione è tutto, ma dove anche l’unione fa la forza. Linklater come al solito è perfetto nel cogliere il periodo storico dei suoi film, in questo caso il 1980, inizio di un nuovo decennio in cui il funk e il punk erano al massimo del loro splendore, e dove il sesso sicuro era ancora un’espressione sconosciuta. Il regista cristallizza in questo splendido weekend il primo balzo fuori dal nido di questi baffuti yes men, ognuno in dovere di sfruttare ogni esperienza al massimo, prima che si trasformi in un rimpianto. La vita è dunque una candela da bruciare da entrambi i lati, hic et nunc, senza freni, senza paura, con la mente aperta, dove i cliché si confermano ma al tempo stesso si ribaltano, e dove una telefonata in split screen ci gonfia l’anima di magia. Come afferma uno dei protagonisti nel finale, stravolto dopo l’ennesima nottata fuori dall’ordinario: “Sarà un anno bellissimo”. Tanta nostalgia, in senso buono, tanti sorrisi, tanta voglia di rivederlo subito.

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Capitolo 211

Cinque film in questo capitolo, tra cui due documentari, due classici e uno dei migliori film attualmente in sala, ovvero quello di Virzì. Approfitto di queste righe per dedicare questo capitolo all’Uci Cinemas Marconi, che la scorsa settimana ha chiuso i battenti dopo tanti anni di onorata carriera. Bello vedere proprio lì “La Pazza Gioia”, è stato un saluto speciale. Non era una delle mie sale preferite, ma sapere che un luogo così importante per la cultura e la bellezza di un quartiere non ci sia più è sempre qualcosa di molto triste. Al suo posto un altro palazzo di sette piani, di cui Marconi non aveva poi così bisogno. Non più di un cinema, perlomeno. Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato…

La pazza gioia (2016): Paolo Virzì è diventato da tempo una garanzia. I suoi film sono uno di quei rari in cui, mentre ti stai recando al cinema, già sai che vedrai senza dubbio qualcosa di buono. Stavolta realizza uno dei suoi film più belli, una magnifica dramedy, come direbbero gli americani (unendo drama e comedy), dove si ride e si piange al tempo stesso. Micaela Ramazzotti è bravissima, ma Valeria Bruni Tedeschi è oltre. Da applausi.

Il regno dei sogni e della follia (2013): Documentario di Mami Sunada incentrato interamente sul quel “regno di sogni e follia” (come da titolo) che è lo Studio Ghibli. Interessante vedere un genio come Hayao Miyazaki al lavoro sul un film meraviglioso come Si Alza il Vento, ma il ritmo del film è davvero basso, finendo alla lunga per stancare. Bello nei contenuti ma mediocre nella forma.

S is for Stanley (2015): Come dicevo nella recensione, il documentario di Alex Infascelli mi ha fatto uscire dalla sala con gli occhi lucidi. Non so, forse è una cosa mia, che ho sempre avuto un legame particolare con il cinema di Stanley Kubrick, ma il film è davvero una testimonianza preziosa su aspetti inediti del regista newyorkese. Emilio D’Alessandro, autista e tuttofare di Stanley, è un altro personaggio da scoprire (per chi non ha letto il libro di Ulivieri, che consiglio). Documentario splendido.

Mad Max 3 – Oltre la sfera del tuono (1985): Terzo capitolo della saga di George Miller, ultimo prima del grande ritorno dello scorso anno. Mel Gibson, con i suoi capelli alla Braveheart, saluta con questo film uno dei personaggi più importanti della sua carriera (insieme proprio a William Wallace e a Riggs di Arma Letale). Splendido nella prima parte (dove trova il suo apice nel meraviglioso combattimento nel Thunderdome), cala un po’ nella seconda, con l’entrata in scena dei bimbi sperduti di Peter Pan. Resta comunque un ottimo film, mantiene alto il nome della saga.

Gli spietati (1992): Oggi è il compleanno di Clint Eastwood, quale occasione migliore per parlare di uno dei suoi film più belli, forse il migliore dopo Gran Torino. Al di là della perfezione di questo film, è simbolico vedere una delle massime icone del cinema western realizzare a distanza di quasi tre decenni dai tempi di Sergio Leone, un altro capolavoro di genere, dove l’umanità dei personaggi va oltre tutto ciò che di buono si può dire della storia, della regia, della fotografia, delle interpretazioni… Filmone.

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