Capitolo 48

GIUGNO 2008: dal 9 al 15.

Film visti per la prima volta: Once, Quando tutto cambia, E venne il giorno

Film rivisti: I 400 colpi, Gli intoccabili

Forse questa è stata la settimana di cinema più anomala da quando ho cominciato questa rubrica, o almeno una delle più strane: per avere questa nomina in questi ultimi giorni sono bastati un film visto per caso a causa di un’altra proiezione mancata e un grande capolavoro del passato – il mio film preferito – visto né in lingua originale né doppiato in italiano: alla fine mi sono fatto due risate, tra poco ne saprete di più.

Once (2007) di John Carney è un piccolo caso cinematografico: girato con mezzi poverissimi, immagine sgranata, il film ha vinto un Oscar per la migliore canzone e si è imposto all’attenzione della critica e del pubblico per la sua messa in scena così delicata e sincera. Un cantante di strada e una immigrata ceca si incontrano per le vie di Dublino: la passione per la musica li unisce (in modo del tutto casto, sia chiaro) così come i dolori e le loro sofferenze d’amore; lui, con una ragazza mai dimenticata, ispiratrice delle sue melodie malinconiche e rabbiose, lei, con un marito in patria che non la vede quasi mai. Le musiche sono bellissime, c’è l’eco delle atmosfere di Damien Rice con sfumature alla Sinead O’Connor; la regia è leggera, delicata, segue i personaggi senza essere mai invadente, si allontana da loro per lasciargli un po’ di intimità. Un film passato un po’ inosservato dalle nostre parti, come spesso capita a questi piccoli gioielli di cinema indipendente, schiacciati dalle grandi distribuzioni e dalle scemenze delle multisale (che mi vedo pure io, sia chiaro, ma sarebbe bene non vedere solo quelle!).

Quando tutto cambia (2007) di Helen Hunt (con Helen Hunt, scritto da Helen Hunt, prodotto da Helen Hunt, e sospetto abbia detto la sua in un qualche altra faccenda) è il classico film che non avrei mai visto in vita mia se non in seguito ad una serie di convergenze astrali e di circostanze. Giovedì sera l’amico con cui vedo praticamente tutti i film esistenti al cinema aveva i biglietti omaggio per questo film, ma: io dovevo giocare a calcio (a undici!). La partita è saltata per vari motivi, quindi potevo andare al cinema a vedere questo film, ma: c’era la serata conclusiva della rassegna “Cannes a Roma”, con la proiezione alle 20.30 del film vincitore della Palma d’Oro, Entre Les Murs. A causa della difficoltà nel trovare parcheggio a Trastevere sono arrivato quando i biglietti erano già esauriti. Dopo una birra in compagnia mi è sembrato doveroso approfittare di un biglietto omaggio e vedere finalmente questo film, soprattutto perché tra gli attori c’era Colin Firth che è uno dei miei miti adolescenziali (la risposta alla vostra domanda è nel film Febbre a 90°). Bene, mi sono dilungato nelle solite spiegazioni di dubbio interesse tralasciando un commento al film: non è male, ha i suoi momenti divertenti, si parla di famiglia, di abbandoni, di maternità (va un casino quest’anno), il tutto a metà strada tra la commedia e il drammatico. Colin Firth è un grande (ma per me lo sarebbe anche se non parlasse per tutto il tempo), Bette Midler è uno spasso (soprattutto quando cerca di far credere alla figlia che era nata in seguito ad una sveltina con Steve McQueen!). Film carino, non imperdibile ma comunque piacevole.

E venne il giorno (2008) è l’atteso ritorno di M. Night Shyamalan: qualche anno fa, dopo The Village, qualcuno potrebbe affermare che non mi sarei più fatto gabbare dal regista indiano e che non sarei più andato a vedere un suo film al cinema. Mi sono ricreduto andando a vedere Lady in the water, e visto che mi era piaciuto, e visto che il trailer di questo mi sembrava bellissimo, e visto che me lo sarei visto comunque visto che “è un film proiettato in un cinema”, insomma l’ho visto con molte aspettative (ho scritto “visto” sei volte, e con questa tra parentesi sono sette). Ora che avete finito di contare le volte in cui ho scritto quella parola, posso passare al film: incipit potente, micidiale, la gente si immobilizza e comincia a suicidarsi. L’inizio promette scintille. Si tratta di una tossina dei terroristi? Una rivolta degli alberi degna del Tolkien meno ispirato? Mark Wahlberg, come migliaia di cittadini americani, si dà alla fuga, con la moglie e la figlia del suo migliore amico (Ben Leguizamo, immortale e odioso Benny Blanco in Carlito’s Way): le scene sono di grande impatto, ma il finale lascia un po’ storcere il naso, come spesso accade in Shyamalan, che dopo Il sesto senso non ha più azzeccato gli ultimi quindici minuti dei suoi film. Insomma, è tutto molto bello, realizzato bene, ma sembra che manchi qualcosa di convincente. Buon film, ma allo stesso tempo discutibile.

Dopo più o meno un mese sono tornato a rivedere film della mia videoteca personale: trovandomi alle soglie di un esame di francese (il 4 luglio, altro che Tom Cruise o Indipendence Day) ho avuto la pensata di vedermi un paio di film in lingua. I 400 colpi (1959), capolavoro di Francois Truffaut, è un film francese (ovvio), e dunque vederlo in lingua originale è stato un piacere, anche se mi sono fatto aiutare dai sottotitoli (in italiano, avrei preferito in francese ma il dvd non ce l’aveva). Che dire di questo film: è uno di quelli che adoro di più, è uno di quelli che fanno studiare nelle università di cinema, è uno di quelli belli belli. Il piccolo Antoine (che ha in sé un po’ di autobiografia del regista) e la sua voglia di vivere, la sua voglia di libertà contro una società che opprime la sua creatività e la sua intelligenza (a scuola come a casa), costringendolo a combinarne di tutti i colori (da qui il titolo, che in francese vuol dire proprio questo). Il finale è probabilmente tra i cinque finali più belli della storia del cinema, che non vi racconto perché temo che qualcuno di voi non l’abbia visto, ma che vi invito a recuperare al più presto.

A completare questa settimana anomala è stata la scelta del film seguente da vedere in francese: tra tutti i miei dvd di film francesi non ne sono riuscito a trovare uno che avesse anche i sottotitoli in francese, e se volevo cogliere qualcosa della lingua dovevo leggere i sottotitoli in quella lingua, mi sembra chiaro. Così ho deciso di ripiegare su un film americano che avesse il doppiaggio in francese e anche i sottotitoli: stavo per prendere Rocky ma alla fine ho scelto il mio film preferito, Gli intoccabili (1987) di Brian De Palma. Ora capirete perché mi sono fatto un po’ di risate, ascoltare Robert De Niro né con la sua voce né con quella del nostro Ferruccio Amendola è stato curioso, soprattutto quando urla la sua celebre battuta “Sei solo chiacchiere e distintivo”, che nella versione francese diventava qualcosa come “T’es qu’un insigne et du bla bla”. Du bla bla! Il film mi ha messo i brividi come al solito, perché possono parlare pure in cinese ma la messa in scena di De Palma parla una lingua universale, così come la musica di Ennio Morricone. Devo dire che è stato piuttosto brutto vedere il mio film preferito in una lingua diversa dall’originale e dall’italiano, ed è una cosa che non farò mai più perché è stata una vera sofferenza (non per la lingua in sé che – grazie ai sottotitoli e al fatto di conoscere ogni battuta a memoria – capivo piuttosto bene, ma per tutto il resto).

La prossima settimana arriva l’estate, che sento ancora lontana visto il raffreddore che mi attanaglia in questi giorni; estate vuol dire tanto da studiare, vuol dire vacanze, vuol dire pochi film decenti da vedere al cinema, vuol dire poco tempo da dedicare ai film. Che estate sarà, lo scopriremo nelle prossime settimane.

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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2 risposte a Capitolo 48

  1. mizza ha detto:

    io su “e venne il giorno” più che dire “sono sbagliati gli ultimi 15 minuti” direi “sono buoni solo i primi 15 minuti”…

  2. Lessio ha detto:

    i primi 15 di certo sono davvero promettenti…

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