CAPITOLO 50 – UNA VITA DA CINEFILO

GIUGNO 2008: dal 23 al 29.

Film visti per la prima volta: La notte non aspetta, Funny games, Sciuscià, Miracolo a Milano

Film rivisti: Tartarughe ninja alla riscossa, The Rock

Attenzione, attenzione! Dopo quasi un anno ci ritroviamo qui al capitolo 50 di questa rubrica, chi l’avrebbe mai detto? grazie, cari lettori, per il tempo che mi avete dedicato in queste cinquanta settimane (quasi un anno di vita da cinefilo!), se me ne avete dedicato. Se non me ne avete dedicato, allora grazie per non aver inviato email di lamentele al sommo direttore di Livecity in numero tale da farmi chiudere la rubrica. Da quando ho cominciato a scriverla ho visto almeno una trentina di film splendidi (forse di più? Non saprei). In queste cinquanta settimane avrò visto più o meno duecento film che non avevo mai visto prima, e nelle prossime cinquanta ce ne saranno altrettanti, di più, se sarò fortunato. Che cosa avete fatto per 200 volte quest’anno di altrettanto stupendo, oltre a vedere film? …Bugiardi!
Bene, nessuno ricorderà che avevo già usato questa formula (più o meno identica) nel capitolo 28 per festeggiare i sei mesi di rubrica, ma l’occasione era carina per riproporvela. In tutto ciò, dopo la misera unica visione della scorsa settimana, in questo capitolo abbiamo un bel po’ di carne al fuoco: ben sei film, di cui due rivisti, due al cinema e altri due vecchi film che andavano recuperati. Pronti? Via!

Tartarughe ninja alla riscossa (1990) di Steve Burron è un film che da bambino adoravo: l’ho visto due volte al cinema (erano i tempi in cui potevi restare in sala dopo il primo spettacolo e rivedere il film dall’inizio…) ed è stata la prima videocassetta che ho acquistato quando avevo la tenera età di 12 anni. Tutta questa premessa serve a giustificare la mia passione per questo filmetto, che rivisto oggi mi appare ancora divertente e apprezzabile, certo, non è I sette samurai, ma questo non è un motivo valido per rinnegarlo. È la trasposizione cinematografica di un noto cartone animato (e fumetto) che ha spopolato verso la fine degli anni 80: quattro tartarughe divenute parlanti e soprattutto giganti in seguito ad una mutazione genetica, dopo aver imparato le arti marziali dal loro sensei Splinder, si ritrovano a dover fronteggiare un’ondata criminale spaventosa che imperversa tra le strade di New York. Cosa adoro di questo film? Innanzitutto è bellissimo vedere che le tartarughe sono attori in carne ed ossa rinchiusi dentro un costume, cosa che le rende realistiche al massimo (altro che digitale), poi, come dire, è bella l’atmosfera: pizza, arti marziali, ironia, avventura, gioco di squadra, combattimenti divertenti. Insomma, non è il film che vi cambierà la vita, ma a me piace, punto.

The Rock (1996) di Michael Bay l’ho trovato in televisione in una calda serata, l’ho già visto miriadi di volte e non so neanche bene il motivo, ma visto che dovevo uscire sul tardi ne ho approfittato per rivederlo ancora una volta, dopo tanti anni (sono uscito di casa quando ancora doveva finire, ma lo conosco talmente bene che non è un problema). Per quanto non sia un amante dei film d’azione, e voi questo lo sapete (ma anche no), ho sempre voluto bene a questo film: intrattiene come pochi film del genere, è divertentissimo, e ha un cast niente male, tra Sean Connery, Nicolas Cage (irresistibili i loro duetti) e Ed Harris (sempre troppo serioso, ma davvero un grande). Degli ex-militari occupano l’isola di Alcatraz dalla quale minacciano di lanciare su San Francisco un gas micidiale: una squadra di soldati più il topo di laboratorio Cage e l’ex agente segreto britannico Connery (l’unico a conoscere ogni angolo di Alcatraz) viene mandata sull’isola per cercare di disinnescare i missili con il gas, e allo stesso tempo riuscire a fermare l’azione folle del generale Ed Harris. Un film d’azione in piena regola, con frasi che sembrano uscite da un film con Chuck Norris (“Ti sbudellerei con gusto, bello”!!!), ma la messa in scena è impeccabile (Michael Bay sa quel che fa, su questo non ci piove).

La notte non aspetta (2007) di David Ayer è invece il genere di film con tanto fumo e poco arrosto. Tanto rumore, tanta confusione, Keanu Reeves è un poliziotto-giustiziere, ogni sua esecuzione viene coperta dal capo Forest Whitaker, che grazie al suo agente può far carriera velocemente. Quando uccidono un ex compagno di pattuglia di Reeves, la sete di vendetta porterà il nostro a scavare e scavare, fino a scoprire che c’è del marcio ovunque intorno a lui (soprattutto in polizia). Classico filmetto estivo che si guarda in modo del tutto rilassato, quasi per ridere (anche se non ce n’è motivo), e alla fine lo lasci stare senza neanche troppi giri di parole: finirà nel dimenticatoio, e perciò non mi sembra carino infierire più di tanto.

Funny games (2007) di Michael Haneke uscirà in sala l’11 luglio, la fortuna di scrivere qui sopra mi permette di vedere film in anteprima stampa giorni e giorni prima dei comuni mortali, per questo l’ho visto, e m’è piaciuto. Va subito detto che dieci anni prima lo stesso Haneke ha girato un altro Funny Games con attori tedeschi e austriaci, ora ha rifatto il film inquadratura per inquadratura, secondo per secondo cambiando soltanto il cast (finalmente anglofono, per la gioia del portafoglio del produttore, che sa già come un film violento acchiapperà una grande massa di pubblico negli States). Una famiglia felice va in vacanza nella sua casa al lago: Tim Roth, Naomi Watts e il loro bel bambino. Poco dopo si presentano alla porta di casa Michael Pitt e un altro pulitino che sembrano essere due persone gentilissime, in realtà si trasformano in due carnefici i quali, senza alcun motivo, si divertono a torturare psicologicamente (e non solo) e ad umiliare la famigliola, non più tanto felice come all’inizio. L’incipit musicale del film mi è sembrato ottimo, così come l’ultima inquadratura; quello che non va molto giù è uno stratagemma narrativo piuttosto discutibile, che se si va ad analizzare alla fine si può anche accettare (ma con riserve). Il film nel complesso è molto buono, girato bene, cattivo e violento (ma la violenza è sempre fuori dal campo visivo dello spettatore), senza dimenticare la bravura del cast (Michael Pitt finalmente in un ruolo in cui sta bene). Insomma è un film che colpisce, soprattutto perché la malvagità dei due è senza movente, e la cosa è ancora più forte. Se la cosa vi intriga allora andate a guardarlo, ne vale la pena.

Per quanto riguarda gli ultimi due film di questa settimana ho dovuto recuperare un paio di visioni in vista di un esame su Cesare Zavattini (uno dei padri del neorealismo). Il primo, fondamentale, recupero è stato il celeberrimo Sciuscià (1946) di Vittorio De Sica: la storia di due giovani lustrascarpe che finiscono nel carcere minorile dove dovranno affrontare la cattiveria di una società che non gli permette di esprimersi. Dopo aver indossato l’abito dello studioso cinematografico mi rimetto subito la solita tuta da cinefilo dicendovi che il film è un grande film: è corto (cosa importantissima in casi come questi), è amaro ma di quell’amaro che accende la tua sensibilità facendoti sentire una persona sensibile, e quando un film ti aiuta a capire che bella persona sei allora non possiamo non parlar bene di esso, giusto? Sto scherzando, in realtà il film è grande perché racconta una vicenda di vita vera, reale, non racconta genta eroiche di personaggi straordinari ma due ragazzi pieni di paura e insicurezze, in un luogo che non è proprio per loro (ma il bello del neorealismo era proprio questo, la sua fame di realtà, di vita reale).

Miracolo a Milano (1951) porta sempre la firma di De Sica (ma è scritto ovviamente da Zavattini) e si tratta di una favola forse un po’ troppo estrema, ma comunque molto apprezzabile. Sembra strano, visto che Zavattini inseguiva la realtà ad ogni costo, ma qui ha voluto seguire la via del fantastico: statue parlanti, scope volanti, colombe magiche e cose del genere. Il protagonista è buono, aiuta sempre tutti, è buono all’inverosimile (è quasi fastidioso per quanto è buono!), finisce a vivere in una baraccopoli con i suoi amici barboni dove è tutto una festa: nel momento in cui si scopre che il terreno sopra sopra un giacimento di petrolio, il riccone di turno arriva per far sgomberare la baracca, ma una colomba magica permetterà al buono di realizzare qualunque desiderio. Comincia la rivolta dei disadattati, e il tutto sarà abbastanza simpatico e divertente. Ho già detto che si tratta di una favola, è tutto un po’ troppo buonista e la cosa alla lunga stanca (un po’ come il dialetto milanese, il dialetto nel film, ma lo dico senza la volontà di offendere, è chiaro), ma in linea di massima è un film più che onesto.

Ed eccoci qua, alla fine del cinquantesimo capitolo di questa vita da cinefilo, ormai l’estate avanza imperterrita con il suo caldo torrido, gli esami all’università, le notti romane e tutto il resto. Mi piacerebbe pensare che tra un annetto saremo ancora su queste pagine a raccontarvi del centesimo capitolo di questa rubrica: è un traguardo da raggiungere, attraverso film su film su film. Non sarà poi così difficile.

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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2 risposte a CAPITOLO 50 – UNA VITA DA CINEFILO

  1. bobo555 ha detto:

    Ciao bel blog! Sono d’accordo con te per quanto riguarda La notte non aspetta, mi è sembrato banale, e sinceramente mi aspettavo molto di più dal cast. Funny games non vedo l’ora di vederlo, mi intriga molto. Se vuoi passa sul mio blog…anche se l’ho appena aperto. ciao alla prossima

  2. Lessio ha detto:

    funny games non ti deluderà, penso.
    auguri per il nuovo blog

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