La guerra secondo Kubrick (parte 5 di 8)

IL DOTTOR STRANAMORE: LA GUERRA FREDDA COME PARTITA A SCACCHI
Dopo aver girato nel 1962 il film Lolita, Stanley Kubrick si interessa alla corsa agli armamenti nucleari e alla seria possibilità di un conflitto atomico: è il periodo della guerra fredda tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica; la convinzione sovietica che il conflitto tra il mondo capitalista e il mondo comunista dovesse ancora venire, fu uno dei motivi per cui l’Armata Rossa mantenne sul piede di guerra un numero imponente di divisioni nel periodo successivo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Da questa situazione derivò la seguente politica di dissuasione tra i due blocchi, basata sulla comune corsa agli armamenti nucleari, per cui ad ogni eventuale offensiva da parte di una delle potenze sarebbe corrisposta una mossa egualmente distruttrice da parte dell’altra (dottrina della “risposta graduale”). Kubrick diviene in breve tempo un esperto sull’argomento e ispirato da un’affermazione del presidente Kennedy di fronte all’ONU («Oggigiorno, ogni abitante della terra deve considerare l’idea che questo pianeta possa non essere più abitabile. Ogni uomo, donna e bambino vive sotto la spada di Damocle del nucleare, la quale è attaccata al più sottile dei fili che può essere reciso in ogni momento da un incidente, un errore di calcolo o un eccesso di follia»), prende come riferimento il thriller Red Alert di Peter George  per girare un film drammatico, accorgendosi ben presto che il registro più adatto alla pellicola è quello satirico: «Ho iniziato a lavorare alla sceneggiatura con tutte le intenzioni di fare del film una seria trattazione del problema di una guerra nucleare accidentale. Ma appena incominciavo ad immaginare in che modo sarebbero dovute andare le cose, mi venivano in mente idee che ero costretto a scartare in quanto ridicole. Ma in seguito mi resi conto che le cose che non prendevo in considerazione erano proprio le più verosimili. Dopo tutto cosa vi potrebbe essere di più assurdo dell’idea di due superpotenze che decidono di spazzare via ogni forma di vita umana a causa di un banale incidente, alimentato da divergenze politiche che tra un centinaio di anni sembreranno tanto prive di senso quanto oggi a noi le dispute teologiche medievali?».

In una prima bozza il film, inizialmente intitolato The Delicate Balance of Terror (“Il delicato equilibrio del terrore”), comincia con degli extraterrestri che osservano la Terra in seguito all’olocausto nucleare, il regista però si rende conto che la storia dovrebbe presentare le assurdità in una cornice realistica; Kubrick, stesura dopo stesura, stava per giungere alla realizzazione di un altro dei suoi capolavori: Il dottor Stranamore, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba, uscito nel 1964. Il film comincia con il paranoico generale Jack D.Ripper che ordina al capitano Mandrake, dalla base dell’aviazione militare di Burpelson, un attacco nucleare contro l’Unione Sovietica. Il presidente degli Stati Uniti, appresa la situazione, riunisce nel centro operativo (la War Room) i vertici militari e politici. Il generale Turgidson vorrebbe approfittare della situazione per debellare definitivamente i sovietici, ma il presidente Muffley decide di attaccare la base di Burpelson per ottenere da Ripper il codice segreto per richiamare i bombardieri. Muffley convoca l’ambasciatore russo Sadesky, insieme al quale telefona al presidente sovietico Kissoff; il presidente americano gli suggerisce il modo di abbattere gli aerei americani, poiché è venuto a sapere che se anche solo una bomba dovesse cadere sull’URSS, automaticamente scatterebbe l’ordigno “Fine del Mondo”, che distruggerebbe l’intero pianeta. Mentre i B-52 si avvicinano all’Unione Sovietica, la base dell’aviazione viene presa, ma Ripper si suicida. Mandrake riesce però a dedurre il codice segreto da alcuni appunti del generale e a comunicarlo al presidente: i bombardieri vengono richiamati, altri sono stati abbattuti; solo quello comandato dal maggiore Kong, poiché danneggiato, non ha ricevuto l’ordine di richiamo, e così egli si getta a cavalcioni della bomba sulla base di Laputa. Lo scienziato di origine tedesca, il dottor Stranamore, il cui braccio meccanico ne rivela il passato nazista, espone al consiglio la sua teoria per continuare la vita umana in miniere sotterranee e ripopolare in futuro il pianeta (con dieci donne per ogni uomo), mentre intanto funghi atomici devastano il mondo sulle note della canzone We’ll meet again (“ci incontreremo ancora”).
Ne Il Dottor Stranamore ritroviamo temi cari alla cinematografia di Kubrick, come l’antimilitarismo, l’irrazionalità dell’uomo, folle nemico di se stesso e ancora il tema degli scacchi: torna quindi la guerra, che il regista utilizza per realizzare un film definito fantapolitico. Ma stavolta la guerra, a differenza di Fear and desire e Orizzonti di gloria, è nettamente presentata come un sistema di mosse e contromosse, un gioco matematico, logico, determinato da calcoli e controcalcoli, da azioni e reazioni, giocata su una scacchiera metaforicamente inscritta nel netto contrasto tra il bianco e il nero della fotografia e dove il terreno di gioco è rappresentato dagli enormi pannelli presenti nella War Room. La guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica è allora un conflitto inteso come una grande partita a scacchi, attraverso la dottrina della “risposta graduale” già citata in precedenza, in cui ogni mossa da parte di una fazione apre una serie di opzioni possibili per l’altra: «La guerra diviene quindi un reticolo logico di possibilità governato da un meccanismo che, a determinate mosse, fa immediatamente corrispondere delle contromosse già previste, con un grado massimo di prevedibilità e di automatismo». A giocare questa guerra sono sì gli uomini, ma soprattutto le macchine, programmate in modo tale da effettuare autonomamente determinate contromosse, come l’ordigno “Fine del Mondo”, capace di innescarsi automaticamente alla prima offensiva avversaria. La bravura di Kubrick sta tutta nel rendere la guerra metafora del gioco, rappresentando l’aspetto razionale della strategia, della tattica e allo stesso tempo trasformando la realtà drammatica della situazione in un gioco tra potenti: in questa guerra «non ci sono più degli uomini che combattono e muoiono, ma delle pedine che si affrontano sulla scacchiera di un mondo divenuto teorico, con l’esiziale possibilità, però, che esploda veramente nella sua cieca fiducia verso le macchine». Come il generale Mireau in Orizzonti di gloria, abbiamo anche ne Il dottor Stranamore un personaggio che ragiona come un giocatore di scacchi; non a caso è ancora un generale, Turgidson, a volere il sacrificio degli uomini-pedoni, i civili in questo caso, pur di avere la meglio sul nemico; è la scena in cui egli suggerisce al presidente americano di non fermare l’attacco atomico, in modo da sfruttare l’effetto sorpresa: «vinceremmo subendo perdite modeste e accettabili fra i civili, mentre il nemico riporterebbe perdite dalle quali non potrebbe risollevarsi. (…) Io non dico che non ci costerà proprio niente, però io dico non più di dieci-venti milioni di morti, massimo». Kubrick pensa alla guerra fredda come ad un grande gioco (abbiamo detto gli scacchi, ma come non pensare anche al noto gioco da tavola «Risiko») e «il fatto che in questo war game non possono esistere vincitori, non costituisce la morale del film ma piuttosto il suo presupposto; la morale è che gli uomini di potere, anche se il gioco distruggerà l’umanità, lo giocheranno lo stesso». Lo stesso regista pretese dallo scenografo Ken Adam che il tavolo della War Room fosse dipinto di verde, anche se il film sarebbe stato girato in bianco e nero: «Voglio che i trentasei personaggi seduti intorno a questo tavolo stiano facendo una gigantesca partita a poker per decidere le sorti del mondo». Lo scontro è però ideologico (capitalismo contro comunismo) e giocato a distanza: al telefono, mediante la pressione di un pulsante o attraverso un codice segreto che può scatenare l’attacco atomico. É per questo che il presidente Muffley non sopporta il litigio fisico tra Turgidson e l’ambasciatore russo Sadesky nella War Room ed è costretto a rimproverarli: «Signori, non potete fare a botte in centrale operativa!» (battuta che rende molto meglio nella versione originale, dove prende la forma di un ossimoro: «Gentlemen, you can’t fight in here, this is the War Room!»).
Anche ne Il dottor Stranamore il nemico dell’uomo è interno; vediamo soldati americani combattere contro altri soldati americani (durante la presa della base di Burpelson), e ancora, il presidente Muffley che suggerisce ai sovietici il modo di abbattere i bombardieri americani. I soldati americani che attaccano Burpelson vengono scambiati per sovietici travestiti da americani («Guarda quei camion, tali e quali ai nostri!», afferma un soldato), nel tentativo subconscio di voler trasferire il nemico al di fuori dei propri confini. Ma non è solo il sistema ad implodere, sono anche gli uomini a perdere il controllo di loro stessi, basti pensare alla folle paranoia che porterà il generale Ripper (che accusa i russi di avergli «avvelenato i fluidi vitali») al suicidio; a Turgidson che si esalta (aprendo le braccia per imitare il volo di un aereo) nel commentare la bravura dei suoi piloti nel saper nascondere il B-52 ai radar nemici, anche se tale bravura porterà alla distruzione del pianeta; al maggiore Kong che, a cavalcioni della bomba atomica in caduta libera sull’obiettivo, si lascia andare a urla di entusiasmo sventolando il suo cappello da cowboy (come se partecipasse ad un rodeo); e ovviamente al braccio meccanico del dottor Stranamore, che cerca di colpirlo e strangolarlo (ritroviamo una scena simile in Full Metal Jacket, quando l’istruttore Hartman ordina al soldato Palla di Lardo di strangolarsi da solo), fino allo stesso “miracolo” finale in cui lo scienziato si alza in piedi dalla sedia a rotelle (con la celebre esclamazione: «Mein Führer, io cammino!»), in coincidenza con l’esplosione della bomba: «I corpi divengono dunque simili a marionette impazzite, i cui centri di coordinamento sono stati lesionati in modo irreversibile». Una perdita della razionalità che si dimostra insanabile, dalla quale gli uomini non riescono a sfuggire; anche se il mondo intorno a loro sta per finire, essi continuano comunque ad essere loro stessi, con le loro ossessioni: l’ambasciatore russo nella confusione finale continua a scattare fotografie di spionaggio (che senso ha farlo se il pianeta sta per essere distrutto?), così come Turgidson trasferisce nel futuro teorizzato da Stranamore tutte le sue fobie anticomuniste: «Saremmo degli ingenui, signor Presidente, se pensassimo che questa situazione del tutto transitoria possa cambiare la politica sovietica di espansione. Voglio dire che dobbiamo ancora stare più sul chi vive per impedirle di portarci via le miniere, con le quali si potrebbero moltiplicare molto più rapidamente di noi e così, tra cent’anni, fregarci col numero. Signor Presidente noi dobbiamo assolutamente impedire un “vuoto minerario”!».

Secondo Kubrick quindi l’uomo non riesce in nessun caso a cambiare la propria natura, non imparando mai dai propri errori e da tutti quegli errori che la storia insegna; l’uomo continuerà sempre ad essere l’artefice della propria fine, fino a quando non resterà più nulla: «Il problema atomico – dice il regista – è il solo in cui non c’è la possibilità che qualcuno apprenda qualcosa dall’esperienza. Il giorno che succedesse qualcosa, resterebbe tanto poco del mondo che conosciamo, che l’esperienza non servirebbe a nessuno».
Quella in cui è ambientato il film universalmente è conosciuta come guerra fredda, ma in realtà Kubrick ci ha mostrato come invece quella guerra fosse più calda di quanto si potesse immaginare e di come la deterrenza («l’arte di instillare nella mente del nemico la paura di attaccare» ci spiega lo stesso Stranamore) fosse sì presente, ma pericolosamente scavalcabile tramite un qualunque gesto di follia, quella stessa follia che, secondo il regista, si cela all’interno dell’istituzione militare. In una scena del film il generale Ripper, rivolto all’ufficiale Mandrake, cita un aforisma dello statista francese Clemenceau, secondo il quale «la guerra è troppo importante per farla fare ai generali». Il personaggio continua affermando che: «quando diceva questo, forse avrà avuto ragione; oggi invece è troppo importante per farla fare agli statisti». Kubrick con il suo film sembra suggerire che la guerra non dovremmo lasciarla fare né agli uni né agli altri.
Ma oltre alla drammaticità di fondo, ciò che fa de Il dottor Stranamore un film unico nel suo genere è l’impronta grottesca del film, data, oltre che dai superbi dialoghi e dalla straordinaria interpretazione di Peter Sellers (nel triplice ruolo di Mandrake, Muffley e Stranamore), anche dai nomi che Kubrick ha scelto per i personaggi e per i luoghi; la lista è ricca di esempi: il presidente americano Murkin Muffley (“sporca vagina”), Jack D. Ripper (Jack lo squartatore), Strangelove (Stranamore), Sadesky (“cielo sadico”), Kissoff (“vaffanculo”), Turgidson (“figlio del turgido”), Bat Guano (“cacca di pipistrello”), King Kong, Mandrake, il B-52 Leper Colony (“colonia di lebbrosi”), le basi di Burpelson (“figlio del rutto”) e Laputa (“la prostituta”). Kubrick utilizza questo gioco di nomi e nomignoli «per essere satirico, ingiurioso e volgare» (come da lui stesso dichiarato), e nel film questa ricerca di un grottesco sfrenato e volgare lo rende immediatamente satirico; Enrico Ghezzi sottolinea come «l’accusa sempre rivolta alla farsa, anche alla più geniale, di non riuscire a contestare realmente ciò di cui si parla (…), qui cade non appena il “contenuto” farsesco viene a confronto con la strutturazione accuratissima dell’insieme (della “denuncia”)».
Il dottor Stranamore è un film satirico, grottesco, ma incredibilmente realistico; tale realismo nel film trova riscontro come abbiamo visto in precedenza nelle parole del presidente americano Kennedy, ma anche nelle caratterizzazioni dei personaggi: il generale Turgidson sembra ricalcato sulla figura del capo di stato maggiore dell’aviazione statunitense Curtis LeMay, un uomo capace nel 1957 di dire che, in caso di attacco da parte dei sovietici, lui avrebbe dato loro «una mazzata in testa prima che avessero il tempo di decollare» e, nel 1968, che gli Stati Uniti dovevano «rimandare il Vietnam del Nord all’età della pietra a suon di bombe». Inoltre, le previsioni del personaggio kubrickiano sulle perdite che avrebbero subito gli USA in caso di attacco, riflettono le reali previsioni degli esperti di guerra nucleare di quegli anni, citate quasi alla lettera; il personaggio di Stranamore invece fa immediatamente pensare alla figura di Henry Kissinger, consigliere di origine tedesca dell’allora presidente Kennedy. La visione di Kubrick influenzò a tal punto le alte sfere che negli anni’80 Ronald Reagan, appena eletto presidente degli Stati Uniti, chiese al capo di stato maggiore di fargli visitare la War Room della Casa Bianca. Il capo dello staff gli rispose che non esisteva alcuna War Room; Reagan, stupito, disse: «Ma io l’ho vista in quel film… Il dottor Stranamore!».

Stanley Kubrick in un’intervista del 1963, racconta il suo punto di vista a proposito del film e della minaccia nucleare: «É spesso difficile non avere una visione cinica dei rapporti umani. Ma penso che in un soggetto come questo il cinismo potrebbe servire alla fine per uno scopo costruttivo. Mi è sembrato che, dal momento che questa è una tragedia che non è ancora avvenuta, ogni sguardo in profondità che può essere fornito, ogni senso di realtà che può essere attribuito ad essa per non farla sembrare solo un’astrazione, sarebbe stato davvero utile».

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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2 risposte a La guerra secondo Kubrick (parte 5 di 8)

  1. utente anonimo ha detto:

    chi ha scirtto sta recensione??? grazie

  2. Lessio ha detto:

    tutto ciò che leggi su questo blog è opera del sottoscritto.

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