Recensione “Big City” (2008)

C’era una volta Francois Truffaut, uno dei pochi registi capace di rendere protagonista un adorabile gruppo di bambini: era il 1975, era il tempo de “Gli anni in tasca”. Oggi il regista francese Djamel Bensalah prova a raccogliere l’eredità del suo illustre connazionale, consegnando ad una scatenata banda di bambini le chiavi di un western particolarissimo e originale, riuscendo a tirarne fuori un’opera fresca, ottimista e ricca di giovane simpatia. All’interno della cinematografia francese il western è un genere praticamente senza tradizione e senza storia, motivo per cui Bensalah sembra aver studiato per bene la lezione di John Ford e della tradizione western americana, rielaborata e ricreata in modo del tutto originale.

La tranquilla città di Big City attende una carovana di nuovi coloni, la situazione si fa però drammatica nel momento in cui gli indiani si lanciano all’attacco dei futuri cittadini. Tutti gli adulti di Big City (donne comprese!) sono costretti a raggiungere il campo di battaglia per difendere la carovana, lasciando inevitabilmente soli i propri bambini. Big City, in mano ai suoi piccoli abitanti, si trasforma in un innovativo paese dei balocchi, fino a quando il senso di responsabilità non prende piede nelle coscienze dei bambini (convinti dall’unico vero adulto rimasto in città, un vecchio ubriacone, un tempo giudice). I giovani cittadini di Big City si impegnano così a sostituire i genitori nelle loro occupazioni quotidiane, ed ecco che la città ha di nuovo il suo barista del saloon, la sua bella di facili costumi (dal bacio a pagamento!), il suo sindaco, il suo banchiere ebreo, il suo cowboy coraggioso (non poteva che chiamarsi Wayne, come il grande John del cinema western americano), il suo sceriffo (lo scemo del villaggio), la sua bottegaia cinese e tutti gli altri archetipi del genere riproposti in versione “junior” (addirittura il Ku Klux Klan con tanto di croce fiammeggiante!). I bambini riescono a mandare avanti la comunità con grande senso del dovere e responsabilità, ma la “minaccia” indiana è dietro l’angolo, rappresentata dai bambini pellerossa, anche loro eccellenti sostituti dei loro genitori.

Bensalah riversa nel film tutta la sua passione per il genere, lasciando però ai suoi piccoli protagonisti la possibilità di scatenare tutta la loro vivacità, voglia di divertirsi e di sentirsi grandi, almeno finché questo ruolo li affascina; eloquente in tal senso l’ammissione di uno dei personaggi, bisognoso di riprendersi la sua vita da bambino: “Non voglio più fare l’adulto, voglio la mamma!”.
Big City è un film per ragazzi, pieno di speranza per il futuro e di ottimismo, con messaggi di integrazione e di amore inseriti in una cornice dipinta con i canoni tipici di un genere cinematografico “da adulti”:  in questo caso il mito della frontiera e del lontano West non sono mai stati tanto “piccoli”.

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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Una risposta a Recensione “Big City” (2008)

  1. gahan ha detto:

    Molto d’accordo. E’ stato una piccola sorpresa, e come dici il pensiero va subito a Truffaut. Mi è piacuto molto il gioco immaginario sulla storia americana, fatto di parallelismi sfruttando questa “parentesi” popolata di bambini, bianchi e indiani, la replica della società adulta (che per fortuna viene — solo momentaneamente — a cadere prima che tornino i grandi, gli amori che nascono fra i ragazzini.

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