Recensione “Un segreto tra di noi” (“Fireflies in the garden”, 2008)

Una poesia di Robert Frost, punto chiave di tutto il film, dà il titolo al primo lungometraggio del talentuoso regista Dennis Lee: “Fireflies in the Garden” rappresenta il segreto tra il severo padre Willem Dafoe e il rancoroso figlio Ryan Reynolds, non a caso all’interno del film è il titolo del libro che quest’ultimo sta per pubblicare, dove racconterà la verità sul suo rapporto conflittuale con il padre, nascosta dietro la facciata del romanzo. Lee, anche autore della sceneggiatura (in parte autobiografica), sceglie un tipico tema americano per il suo primo film: il dramma famigliare, dove si consuma il complicato rapporto tra un padre e un figlio, all’interno della delicata atmosfera di un lutto troppo pesante da accettare.

Taylor, scrittore di romanzi d’amore, ha un rapporto in crisi con la moglie e si ritrova a dover tornare, suo malgrado, nella città dove è cresciuto, per festeggiare la laurea di sua madre Lisa (Julia Roberts): l’idea di rivedere il severissimo padre da lui odiato, e di trovarsi costretto a fingere l’allegria di un ambiente famigliare tutt’altro che felice turba continuamente la mente dello scrittore. L’atmosfera, già complicata di suo, diventa elettrica al suo arrivo: Taylor viene a sapere che i suoi genitori hanno avuto un terribile incidente stradale e che sua madre ha perso la vita. Tuttavia nella sua vecchia casa ritrova sua zia Jane (Emily Watson), sorella minore di sua madre e grande amica di Taylor, con cui ha condiviso un’estate indimenticabile in passato. Il lutto piega ancora di più il già delicato rapporto con suo padre Charles: i ricordi d’infanzia affollano inevitabilmente la mente del protagonista, in procinto di pubblicare un nuovo romanzo dove è svelata la storia del suo rapporto con il padre, professore stimato in ambito accademico quanto negativo come genitore. Il ricordo di quella volta in cui Taylor umiliò il padre recitando la poesia di Robert Frost davanti ai colleghi universitari del genitore, invitati in realtà per ascoltare un componimento originale del ragazzo, è vivido nella mente della famiglia, nascosto dal segreto della terribile punizione immediatamente inflittagli nel garage di casa da parte di suo padre Charles, furioso per la pessima figura fatta a causa di Taylor.

Un film tecnicamente molto valido, sostenuto da una fotografia ben inserita nel contesto filmico: fredda e glaciale nelle scene tra Taylor e suo padre, calda e avvolgente nelle sequenze con Taylor e sua madre o con Jane, a sottolineare la differenza di relazione tra il protagonista e gli altri personaggi principali della pellicola. Ryan Reynolds, al suo primo ruolo drammatico, mostra di saper indossare con disinvoltura gli abiti del complesso Taylor e di reggere bene il confronto edipico con il bravissimo Willem Dafoe, mai banale in ogni sua sfumatura. Tuttavia la pellicola, pur inserendosi bene nel contesto di un genere sempre apprezzato nella cinematografia americana, dà l’impressione di essere troppo lineare nella risoluzione di ogni conflitto, raccontandoci peraltro molto poco sul rapporto tra Taylor e sua zia Jane. Un film che preferisce gratificare lo spettatore anziché osare ancora di più; è come il classico studente in gamba alle prese con voti non eccellenti: è intelligente ma non si applica.

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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