Recensione “M il mostro di Dusseldorf” (1931)

L’alfabeto dei serial killer cinematografici, a differenza di ogni normale convenzione, comincia dalla lettera M, una lettera che basta da sola ad evocare cinema, arte, espressionismo tedesco ed il fischio inquietante di un assassino di bambini. M, come il meraviglioso film di Fritz Lang del 1931, girato quattro anni dopo un altro capolavoro dello stesso regista, Metropolis, nel quale curiosamente ricorre la stessa lettera iniziale. In questa pellicola il cinema si cimenta per la prima volta nella sua storia con la caccia ad un serial killer, un introvabile mostro di bambine che ha gettato nel terrore la città tedesca di Düsseldorf, un film nel quale Lang prosegue il percorso del cinema tedesco all’interno della corrente artistica espressionista, evidente nel forte contrasto del bianco e nero della fotografia e nell’uso delle ombre come minacciose sagome che si stagliano sui muri (è memorabile la silhouette dell’assassino su un manifesto, mentre avvicina la sua ultima vittima).

"Scappa, scappa, monellaccio, se no viene l’uomo nero col suo lungo coltellaccio per tagliare a pezzettini proprio te". Questo l’incipit del film: una cantilena infantile che evidenzia come i bambini siano i primi a cercare di esorcizzare le loro paure, rappresentate dall’uomo nero, il mostro, l’assassino che sta creando sgomento e dolore nelle famiglie di una città tedesca (in Italia identificata in Düsseldorf, le cui vicende di un vero assassino hanno ispirato il film, ma in realtà la pellicola è stata girata a Berlino). Già nove bambine sono state uccise, la polizia brancola nel buio, l’unica risorsa è fare continue retate nei quartieri malavitosi. Ma i criminali sono i primi a odiare questo assassino: la sua presenza ha aumentato la pressione della polizia, e questo significa impossibilità di movimento, crollo degli affari, fine delle attività. Le organizzazioni criminali decidono così di dare la caccia al mostro, seminando per la città un esercito di mendicanti/informatori, in modo tale da non permettere a nessun bambino di fare un solo passo senza che loro lo vengano a sapere. Anche la polizia comincia a seguire una traccia finalmente concreta: per l’assassino (Peter Lorre, nel ruolo che gli ha aperto le porte di Hollywood) la vita si fa dura, la caccia è serrata, e ben preso si ritroverà con un marchio di gesso sulla spalla del suo cappotto, impresso dai suoi aguzzini per non perderlo di vista: la lettera M.

Opera magistrale di Lang, il quale utilizza con la solita maestria la grande esperienza acquisita durante gli anni del muto, mescolata con le nuove risorse offerte dal cinema sonoro: in tal senso restano indimenticabili il rimbombo dell’urlo di una madre e soprattutto il motivo fischiettato dal mostro, che si rivelerà fondamentale al fine della sua cattura. Allo stesso tempo il cineasta tedesco ci regala l’immagine di un serial killer umano, un uomo malato che deve la sua attitudine omicida ad un impulso incontrollato e incontrollabile, e non ad un piacere personale dettato da pura violenza, come a volte ci ha abituato il cinema degli ultimi anni. Il mostro di Peter Lorre è invece una persona che sembra non essere consapevole del male che causa, e soprattutto detesta i suoi impulsi; non è niente più che un uomo spaventato, dallo sguardo infantile, che cerca di capire e controllare se stesso (“Chi può sapere come sono fatto dentro? Che cos’è che sento urlare dentro al mio cervello?”, questo urla durante il suo stupendo monologo finale). Un capolavoro del cinema di genere, che ha consegnato una semplice lettera dell’alfabeto agli annali di storia del cinema: M, semplicemente Meraviglioso.

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Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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4 risposte a Recensione “M il mostro di Dusseldorf” (1931)

  1. Cinedelia ha detto:

    Un film talmente moderno, da riuscire a far dubitare dell’effettiva data del suo concepimento.
    ma forse è solo per il fatto che in rarissimi casi si è riuscito a fare meglio.
    E’ incredibile come Lang, all’alba del cinema sonoro sia riuscito subito a capirne le potenzialità, adoperandolo come veicolo di sospetto e di terrore.

    Questo sono i film che hanno dettato le regole…

  2. Lessio ha detto:

    avercene oggi di film come questo… dici bene: questi sono i film che hanno dettato le regole

  3. Ale55andra ha detto:

    L’avevo appena letto su Livecity, filmone stratosferico!!!

  4. DellaRocca ha detto:

    Un film che non può mancare nel bagaglio culturale di ogni buon cinefilo…

    Un abbraccio,

    Giulio

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