La guerra secondo Kubrick (parte 2 di 8)

LA GUERRA NEL CINEMA AMERICANO
Un personaggio del film di François Truffaut Finalmente domenica! (1983), parlando di Orizzonti di gloria, afferma che nei film di guerra «c’è amore, ci sono battaglie, cannoni, sentimenti e compagnia bella». Chiaramente quella di Truffaut è una provocazione, poiché sarebbe estremamente riduttivo definire un intero filone cinematografico in poche, generiche, parole. Il cinema americano infatti, in tutta la sua storia, ha trattato il genere bellico sfaccettandolo nelle più disparate tipologie; in quell’immensa macchina produttrice che è Hollywood, sono stati prodotti film di guerra di ogni tipo: da quelli che puntavano semplicemente a sfruttare la spettacolarità della guerra e il suo enorme impatto visivo ed emotivo, a film militaristi, veri e propri mezzi di propaganda con il fine di esaltare la guerra; oppure film storici con l’intento di documentare e testimoniare un periodo o un evento particolare, o film satirici per condannare la violenza e la guerra; e ancora, film di denuncia, veri e propri manifesti antimilitaristi, sino alle guerre fantascientifiche, chiara metafora di una minaccia esterna (anche se qui si va a toccare un genere del tutto diverso).

Il film di guerra canonico, dalla metà degli anni‘20 in poi, è tradizionalmente suddiviso in tre fasi: l’addestramento, l’arrivo al fronte con la seguente “perdita dell’innocenza” e la rigenerazione attraverso la violenza . Il personaggio tipico del war-movie è la recluta giovane e inesperta che, alla fine del film, riesce a trasformarsi in un vero combattente, in un veterano. Esempi rappresentativi di questo tipo di eroe li troviamo in pellicole come Platoon (Stone, 1986) e Full Metal Jacket, ma ovviamente, come vedremo più avanti, non mancano le eccezioni (su tutte Apocalypse Now di Coppola, del 1979).
Lo sfondo storico è la base caratterizzante di ogni film del genere; i campi di battaglia sui quali sono ambientati tali film variano dalla Grande Guerra al secondo conflitto mondiale, dalla guerra del Vietnam a quella del Golfo, fino a conflitti “minori” come per esempio quello in Corea oppure in Somalia; si spazia dunque dalle trincee protagoniste della Prima Guerra Mondiale alla giungla vietnamita, sino alle dune del medio oriente e alla sabbia africana. A proposito della guerra del 1914-18, Giaime Alonge spiega bene come «il modo in cui il cinema si confronta con la Grande Guerra sia segno più in generale del modo in cui esso si confronta con il sorgere del mondo moderno, un fenomeno storico-culturale in cui il cinema stesso è parte integrante, essendone al contempo una conseguenza e un potente agente catalizzatore». In un certo senso la Grande Guerra si è imposta come metafora di ogni ipotetica guerra: se la Seconda Guerra Mondiale (nonostante tutti i suoi orrori, dai campi di sterminio alla bomba atomica) è apparsa come una guerra “necessaria”, un’indispensabile crociata contro il Male, il primo conflitto mondiale «si configura come uno scontro politicamente ambiguo, senza una netta opposizione tra aggressori e aggrediti, in cui nessuna delle parti ha il monopolio della ragione».
La filmografia sulla Grande Guerra vanta alcuni titoli contemporanei al conflitto, il più importante dei quali è probabilmente Cuori del mondo (1918) di David Wark Griffith, un melodramma di propaganda commissionato al regista dal governo inglese e francese: il protagonista, un giovane scrittore francese in procinto di sposarsi e di ricevere un premio per il suo romanzo, va a difendere il suo Paese dagli invasori tedeschi; qui: «il dovere patriottico viene prima dei sogni d’amore e delle aspirazioni letterarie, per quanto forti siano entrambi». La gran parte dei film americani riguardanti il primo conflitto mondiale comincia dagli anni’20 con I quattro cavalieri dell’Apocalisse (1921) di Rex Ingram, dove resiste ancora sullo sfondo il tema di propaganda antitedesca, seppur accompagnato da un senso di sgomento generale per le barbarie e le distruzioni provocate dalla guerra. Ma la vera svolta nel modo di raccontare il conflitto arriva pochi anni dopo, con tre film che condannano la brutalità della guerra attraverso il loro pacifismo di fondo: La grande parata (Vidor, 1925), Gloria (Walsh, 1926) e Ali (Wellman, 1927), i quali «trovano il loro centro ideale in All’Ovest niente di nuovo (Milestone, 1930) e che smontano completamente l’impianto retorico griffithiano». Il film di Milestone racconta gli orrori nelle trincee del fronte franco-tedesco e rappresenta tuttora uno dei film di Hollywood maggiormente capaci di esprimere un messaggio antimilitarista. Proprio per il modo di trattare questo argomento All’Ovest niente di nuovo è stato facilmente accostato ad Orizzonti di gloria, ma tra i suoi temi principali troviamo anche un’altra tematica cara a Stanley Kubrick, ovvero la spersonalizzazione dell’uomo, con la trasformazione di giovani ragazzi in “macchine di guerra” che avviene attraverso un training già accennato in Ali, ma che diverrà celebre in seguito a Full Metal Jacket. La pellicola di Milestone riesce per la prima volta a raccontare con realismo lo scenario bellico della Grande Guerra, con le sue trincee e la vacuità del campo di battaglia (la cosiddetta “terra di nessuno”).

Tra i vari film ambientati durante il primo conflitto mondiale vanno citati Angeli dell’inferno (1930), kolossal di Howard Hughes, banale nella trama ma imponente e spettacolare nella messa in scena (che Martin Scorsese ha ben rappresentato in The Aviator nel 2004), Addio alle armi (Borzage, 1932), una storia d’amore ambientata sul fronte italiano e Il sergente York (Hawks, 1941), la storia vera di un uomo che da solo catturò 132 nemici, ultimo titolo statunitense di una certa importanza ad occuparsi della Prima Guerra Mondiale, fino all’arrivo di Kubrick nel 1957 con Orizzonti di gloria.
Per quanto riguarda il secondo conflitto mondiale, il cinema hollywoodiano si è soffermato moltissimo sull’argomento; gli interventisti erano infatti convinti che film bellici o antinazisti avrebbero in qualche modo incoraggiato gli americani a partecipare alla guerra. I film girati durante il conflitto sono stati una moltitudine, le vicende belliche venivano inserite anche sullo sfondo di pellicole noir o drammatiche: ad esempio Il prigioniero di Amsterdam (Hitchcock, 1940), chiaramente antinazista, o addirittura Casablanca (Curtiz, 1942), nel quale il richiamo al tema della resistenza contro i tedeschi e la spinta all’agire, col fine di sensibilizzare le coscienze del pubblico, appare evidente. A film di propaganda strettamente legati al genere bellico, come ad esempio Destinazione Tokyo (Daves, 1943), Obiettivo Burma! (Walsh, 1944) o Gli eroi del Pacifico (Dmytryk, 1945) si contrapponevano film satirici di matrice antimilitarista, come il capolavoro di Chaplin Il grande dittatore (1940) o Vogliamo vivere (1942) di Lubitsch.

Nonostante la grande mole di pellicole prodotta durante gli anni’40, i film più importanti sulla Seconda Guerra Mondiale hanno cominciato ad apparire dagli anni’60 in poi; il cinema contemporaneo al conflitto sembrava avere, come già detto, perlopiù un accento propagandistico, invece: «il cinema dedicato al secondo conflitto mondiale, negli anni che vanno dal’68 a oggi, sembra sempre tornare sull’interrogativo primario della “logica” della guerra, della possibilità di un conflitto per il mondo moderno, della sensatezza di un concetto di immanente follia quale è appunto quello di “guerra”», ma ciò che si vuole raccontare varia da titolo a titolo. In Quella sporca dozzina (Aldrich, 1967) ad esempio, un gruppo di galeotti è incaricato di conquistare un castello tedesco; il film sembra demistificare l’eroismo dell’impresa bellica, poiché descrive la guerra come materia per psicopatici e delinquenti, che la combattono meglio dei soldati normali, in quanto già preparati (i marines invece devono prima essere trasformati in killer). Altro capitolo fondamentale della filmografia bellica è Patton, generale d’acciaio (Schaffner, 1970), la storia del generale americano George Patton, protagonista di numerose vittorie contro la Germania; non appartiene al filone dei film prettamente antimilitaristi, in quanto il regista non sembra prendere posizione pro o contro la guerra, e lo fa «non per essere imparziale, ma per dare al film un andamento originale, volutamente anti-epico».
Tra i tanti titoli meritevoli di citazione, da Duello nel Pacifico (Boorman, 1968) a La sottile linea rossa (Malick, 1998), passando per Ardenne ’44: un inferno (Pollack, 1969) e Il grande uno rosso (Fuller, 1981), va incluso anche quello che è considerato «il massimo grado di realismo rappresentabile al cinema», ovvero quello mostrato da Salvate il soldato Ryan (1998), in cui Spielberg mostra la guerra in tutte le sue crudeltà; la sua guerra però «non è un caos impazzito, ma finisce con l’assumere un senso superiore» (non manca infatti chi ha considerato il film addirittura guerrafondaio).

Altro capitolo fondamentale del cinema di guerra americano è quello riguardante il conflitto in Vietnam; riguardo ad esso l’opinione pubblica statunitense era nettamente divisa tra interventisti e pacifisti, questa spaccatura fu uno dei motivi principali per cui Hollywood non si avvicinò mai a questo scottante argomento se non al termine delle ostilità, nel 1975. Unica eccezione, che infatti scatenò un mare di proteste, fu Berretti Verdi (1968) di John Wayne, il primo film americano sul Vietnam, dove la guerra viene presentata come un’azione necessaria per fermare l’avanzata del comunismo nel mondo. Ma è sul finire degli anni’70 che il conflitto del Sudest asiatico arriva di prepotenza nei cinema, dopo esser stato mostrato per anni in televisione (come è noto, quella in Vietnam è stata la prima guerra ad entrare nelle case dal piccolo schermo); sono gli anni de Il cacciatore (1978) di Michael Cimino e Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola. Entrambi i film si differenziano dallo schema classico dei war-movies, i loro protagonisti non sono reclute inesperte mandate a ricevere il “battesimo del fuoco” direttamente sul campo, ma sono eroi già pronti: Mike, il cacciatore di Cimino, pur non essendo un soldato esperto è un uomo che conosce bene la durezza della vita, mentre il capitano Willard descritto da Coppola è un combattente che preferisce la vita da guerrigliero piuttosto che tornare a casa. L’enorme successo di questi due film determina, nel decennio successivo, una grande produzione di pellicole sul Vietnam: oltre a Rambo (Kotcheff, 1982), Fratelli nella notte (ancora Kotcheff, 1983) e Rambo 2 – la vendetta (Cosmatos, 1985), troviamo anche le firme di tre grandi registi a capo di altrettante grandi opere: Platoon di Oliver Stone (1986), Vittime di guerra di Brian De Palma (1989) e, naturalmente, Full Metal Jacket di Stanley Kubrick, sul quale ci soffermeremo ampiamente in seguito. Platoon, in particolare, rappresenta il modello tipico del film di guerra, sia nella struttura drammaturgica che nella rappresentazione dei personaggi, presentando gli archetipi del war-movie classico come la giovane recluta, il sergente “buono”, quello “cattivo”, il veterano che si preoccupa dei soldati inesperti e via dicendo .
Altri conflitti militari sono stati toccati dalla produzione hollywoodiana: la guerra in Corea è stata raccontata in particolare da Samuel Fuller in Corea in fiamme (1950) e Figli della gloria (1951), e in modo grottesco da Robert Altman in M.A.S.H. (1970); la guerra del Golfo sta alla base de Il coraggio della verità (Zwick, 1996) e di Three Kings (Russell, 1999); la guerra in Somalia ha invece mobilitato un regista del calibro di Ridley Scott, nel recente Black Hawk Down (2001).

L’opera di Kubrick, a proposito del cinema di guerra americano, da un lato si colloca all’interno della tradizione classica del genere, basti osservare la struttura tripartita di Full Metal Jacket e il messaggio antimilitarista di Orizzonti di gloria, accostabili ad Ali o All’Ovest niente di nuovo, dall’altro però si confronta con il cinema di guerra mettendo in discussione e ridefinendo i canoni sui quali il genere stesso si fonda, una costante che ha reso tutti i film di Kubrick opere uniche nel loro complesso.

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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