La guerra secondo Kubrick (parte 8 di 8)

CONCLUSIONI
Il percorso attraverso il labirinto di scene ed immagini di guerra e di violenza all’interno dell’opera di Stanley Kubrick è giunto alla conclusione. Come abbiamo osservato, l’intento del regista è nel raccontare al mondo il suo punto di vista, secondo il quale la violenza sembra il triste destino della specie umana, un filo conduttore che passa attraverso i secoli, i luoghi, ma è sempre presente nella storia dell’umanità (e lo sarà sempre): «Nell’epoca del trionfo della disumanità diviene evidente e i film di Kubrick ci aiutano a capirlo, che tutto ciò che è stato creato dalla violenza si rivela inutile e insensato, esiste solo per lasciare una lunga traccia di sangue».
Al giorno d’oggi si ascoltano leader politici sostenere l’idea che viviamo in un’epoca di progresso della civiltà, ma si tratta di una sorta di “leggenda moderna”, una presuntuosa e pretestuosa propaganda del potere che domina quest’epoca degli interessi e del denaro; le cronache di guerra, i crimini di massa (e i film di Kubrick) contribuiscono tutti i giorni a smentire questo concetto di progresso e di civiltà: tutti i film di guerra di Kubrick «hanno anche trasceso l’analisi storica contingente del conflitto che andavano a descrivere, per trasformarsi in una messa in scena, un’anatomia, della distruttività umana, il cieco darwinismo che ci fa “homo homini lupus”, dalla Preistoria all’antichità romana, fino al secolo dei Lumi e le contemporanee guerre fra macchine».
Dalle parole di critici e amici di Kubrick emergono molti dei punti fondamentali della sua opera. John Calley, ex-presidente della Warner Bros, dice a proposito del regista: «era una delle persone che sapeva cosa non andava nel mondo ed era capace di trasformarlo in arte». Il critico Michel Ciment afferma: «Alcuni dicono che non c’è umanità in Kubrick. Io invece penso che ci sia una profonda umanità, perché i suoi film creano una grande angoscia, perché lui stesso è angosciato dagli orrori che l’umanità infligge agli uomini. (…) Crede che sia l’uomo stesso a creare il suo male. L’uomo è il peggior nemico di se stesso». Sulla stessa sintonia di Ciment si trova Alexander Walker, critico ed amico di Kubrick: «La curiosità, l’interesse di Stanley nei confronti dell’uomo non sta semplicemente nel fatto che centinaia, migliaia di persone potevano essere uccise in nome di ideali che erano probabilmente falsi o egoistici. (…) Pensava che fosse una caratteristica precipua dell’animale umano: la maggior parte degli animali non commette suicidio, ma l’animale umano lo commette frequentemente. Per Stanley questa era una caratteristica fondamentale degli esseri umani: che sono abbastanza pazzi da uccidersi». Le parole di Walker sembrano fare da eco a quelle rilasciate dallo stesso Kubrick nel 1968: «La distruzione di questo pianeta sarebbe insignificante, in prospettiva cosmica: per un osservatore sito nella nebulosa di Andromeda, il segno della nostra estinzione non sarebbe più appariscente  di un fiammifero che si accende per un secondo nel cielo; se quel fiammifero arderà nel buio, non ci sarà nessuno a piangere una razza che usò il potere che avrebbe potuto mandare un segnale di luce verso le stelle per illuminare la sua pira di morte».

Il 6 marzo 1999, l’ultimo film di Kubrick, Eyes Wide Shut, venne proiettato in un’entusiastica anteprima per la Warner Brothers e per gli interpreti Tom Cruise e Nicole Kidman. Il giorno dopo, domenica 7 marzo 1999, Kubrick morì nel sonno per un attacco di cuore. Aveva settant’anni, pochi giorni dopo fu sepolto accanto al suo albero preferito nella sua residenza di Childwickbury, in Inghilterra.
Il ricordo dei suoi colleghi registi mette in evidenza l’importanza di Kubrick nella storia del cinema: Woody Allen lo metterebbe «nel Pantheon dei migliori registi in assoluto che il mondo abbia mai visto», secondo Steven Spielberg «nessuno in assoluto può girare un film meglio di Stanley Kubrick». Martin Scorsese propone invece un suggestivo paragone: «Guardare un film di Kubrick è come guardare la cima di una montagna. Voi alzate gli occhi e vi chiedete come ha fatto qualcuno a salire così in alto».
Le parole dell’ultimo attore ad aver lavorato con il regista, Tom Cruise, sono secche, dirette e terribilmente veritiere: «Stanley non c’è più. Non ci sarà più un altro film di Kubrick, non ci sarà mai più un film così».
Lasciamo la chiusura di questo scritto alle parole dello stesso Stanley Kubrick: «L’aspetto più spaventoso dell’universo non è il fatto che esso sia ostile, ma che sia indifferente. Se riusciamo a fare i conti con questa sua indifferenza e se accettiamo le sfide della vita nei limiti imposti dalla morte – per quanto l’uomo li possa modificare – la nostra esistenza, come esistenza della specie, può avere un senso e uno scopo autentici». Kubrick conclude poi così il suo intervento: «However vast the darkness, we must supply our own light», “per quanto vaste siano le tenebre, sta a noi procurarci la luce”.

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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2 risposte a La guerra secondo Kubrick (parte 8 di 8)

  1. cinescopio ha detto:

    e e e tutto questo mi serve per l’esame di cinema..graziiiieee
    ely

  2. Lessio ha detto:

    grande, fammi sapere come va l’esame

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