Recensione “Il bambino con il pigiama a righe” (2008)

Un tema come la Shoah è sempre delicato da trattare, in più infilare all’interno di questa cornice una storia immaginata è compito non semplice, soprattutto se legata al tema dell’infanzia. Il cinema continua per fortuna a proporre film ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale: ogni opera che aiuti a ricordare (ricordare nel senso di “non dimenticare”) tutto il dolore procurato e il male perpetrato dalle persecuzioni razziali è un qualcosa di giusto e necessario, educativo ed istruttivo. In quest’ottica “Il bambino con il pigiama a righe” si dimostra un lavoro originale e interessante, che richiama lontani echi di Fred Uhlman, con un’ingenuità favolistica a metà strada tra il fauno di Del Toro e la vita bella di Benigni. Scomodare fonti così prestigiose è utile ad inserire il film di Mark Herman nel contesto cinematografico degli ultimi decenni, così come il libro omonimo (di John Boyne) da cui è tratto il film nel contesto tematico e letterario al quale fa indiscutibilmente riferimento.

Il piccolo Bruno, figlio di un ufficiale nazista, si trasferisce a malincuore da Berlino, dove ha molti amici, in una casa di campagna, desolata e senza nessuno con cui giocare. Dalla finestra della sua nuova casa scopre però la presenza in lontananza di una strana fattoria (in realtà il campo di sterminio diretto da suo padre), dove i “contadini” indossano tutti un pigiama a righe. Spinto dalla curiosità e noncurante dei divieti impostigli dai genitori, Bruno si avventura verso questo luogo particolare, incontrando al di là di una recinzione spinata il coetaneo Shmuel. Il bambino dal pigiama a righe, costretto alla prigionia perché ebreo, trova subito l’intesa con Bruno, dando vita ad una bella amicizia fatta di curiosità, di domande e di tenera genuinità, sempre divisa da una recinzione che incute terrore.

La contraddizione dell’amicizia tra il figlio di un soldato nazista e un bambino ebreo è il tema portante del film, toccante per il modo in cui racconta la persecuzione razziale attraverso gli occhi ingenui di un bambino. Bruno, nonostante il tentativo di lavaggio del cervello ad opera del suo tutore che tenta di indottrinare il giovane agli ideali del nazismo, riesce sempre ad andare oltre quello che trova scritto sui libri, utilizzando i suoi occhi e le sue esperienze come unico metro di giudizio nei confronti delle persone che ha davanti (il factotum ebreo Pavel, il piccolo Shmuel, ma anche il tenente nazista Kotler fino a mettere in dubbio la moralità del suo stesso padre). Il tutto verso un finale che spiazza totalmente lo spettatore, testimone impotente di fronte alle nefandezze che porteranno ad una tragedia inaspettata. Un film a tratti lento e un po’ prevedibile, non proprio riuscito, salvato però da un finale dal grande impatto emotivo che lascia spazio alla riflessione.

pubblicato su Superga CineMagazine

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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