Recensione “Inkheart – La leggenda di cuore d’inchiostro” (2009)

A metà strada tra “Il mago di Oz” e “La storia infinita”, l’ultimo film di Iain Softley sembra non essere né carne né pesce, fallendo nel tentativo di appropriarsi della magia del film di Fleming, e sforzandosi inutilmente di conferire fascino e mistero al romanzo protagonista della vicenda, finendo tristemente per somigliare alla parodia di se stesso. Eppure elementi validi su cui far leva ce n’erano: il potere del protagonista di far uscire dai libri i personaggi era di per sé un’idea dal potenziale eccezionale, trattata colpevolmente in modo forse superficiale, di certo non soddisfacente. Così come si poteva sfruttare meglio la meravigliosa ambientazione offerta dalla riviera ligure, in particolare nella splendida cornice di Alassio dove il film si sofferma soltanto per pochi minuti. Il cuore del titolo sembra caricato ad inchiostro simpatico: divertente all’apparenza, ma poco funzionale.

Mo (Brendan Fraser) ha il potere di far uscire dai libri i personaggi che vivono all’interno, semplicemente leggendo un brano ad alta voce. Il giorno in cui ha scoperto questo dono è stato però fatale: nel leggere il romanzo fantastico “Inkheart” alla sua bambina di tre anni, Mo fa uscire dalle pagine del libro il malvagio Capricorn, spedendo inconsapevolmente al suo interno la bella moglie Resa, che scompare nel nulla. Tanti anni dopo Mo ritrova “Inkheart” in una bottega tra le alpi: è l’occasione di riportare la sua amata Resa nel mondo reale, ma il malvagio Capricorn, che ha ricreato il suo piccolo regno tra le montagne, vuole invece sfruttare le capacità di Mo per soddisfare la sua smania di potere. Ne nascerà uno scontro tra buoni (reali e di “carta”) e cattivi, un nuovo capitolo di “Inkheart” che non era stato ancora scritto.

Brendan Fraser sembra adagiarsi troppo sugli allori del cinema fantastico (da “La Mummia” fino al recente “Viaggio al centro della Terra”), sottovalutando il suo potenziale da attore drammatico apprezzato in “The air I breathe” (finora il suo ruolo migliore), Paul Bettany al contrario risulta il personaggio più credibile del film, nel ruolo dell’oscuro e nostalgico Dita di Polvere. Helen Mirren è totalmente a disagio in un mondo in cui il suo talento è sprecato, così come è un peccato ammirare Jennifer Connelly soltanto per pochi secondi. “Inkheart” purtroppo non funziona, porta sulle sue spalle delicate il peso di una tradizione fantasy troppo imponente, che ha modellato i gusti del pubblico verso un immaginario molto più esigente, scritto su altre pagine, su tutt’altri libri.

pubblicato su Superga CineMagazine

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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Una risposta a Recensione “Inkheart – La leggenda di cuore d’inchiostro” (2009)

  1. Ale55andra ha detto:

    Questo mi sa che me lo zombo…

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