Recensione “Due partite” (2009)

Portare il teatro sul grande schermo ha sempre un fascino particolare: ne sa qualcosa Sidney Lumet, che esordì alla regia proprio con la trasposizione cinematografica di un’opera teatrale (il capolavoro “La parola ai giurati”). Enzo Monteleone ha raccolto la sfida di Cristina Comencini, creatrice e regista dell’opera teatrale nonché sceneggiatrice del film, e ha provato a raccontare la storia di due generazioni femminili, otto donne incorniciate dalla sensibilità maschile del regista, bravo nel non cadere nel facile e banale confronto tra due generazioni, ma capace di esprimere con fluidità il corso delle situazioni, mostrando la naturale evoluzione della donna piccolo-borghese degli anni 60 nella donna emancipata degli anni 90.

Anni 60: quattro amiche (Isabella Ferrari, Paola Cortellesi, Marina Massironi e Margherita Buy) si incontrano ogni giovedì nel salotto di una di esse per giocare a carte. La partita è l’occasione per raccontarsi amori, infedeltà, storie di maternità, delineando il significato di essere donna. Nella stanza accanto le loro bambine giocano spensierate.
Anni 90: le quattro bambine di trent’anni prima sono ormai donne (Claudia Pandolfi, Alba Rohrwacher, Carolina Crescentini, Valeria Milillo). Si incontrano in occasione del funerale di una delle madri, nello stesso soggiorno dove avvenivano le famose partite a carte. Sembra che le ragazze non si vedano da tempo, questo nuovo incontro è il momento ideale per raccontare le loro vite, i loro desideri, i loro sogni, il loro rapporto con gli uomini.

Gli anni passano, l’essere donna sembra essere un concetto in continua evoluzione all’interno di una società sempre meno maschilista, ma nel profondo dei loro pensieri, nel loro cuore le donne sono sempre le stesse di trent’anni prima: sognatrici, energiche, piene di speranze e di paure. Monteleone rende fluida la messa in scena, facendo giocare a carte scoperte le sue otto protagoniste, incorniciando il periodo con belle musiche (su tutte “Se Telefonando” di Mina) e malinconiche melodie (inconfondibile il pianoforte di Yann Tiersen, preso in prestito dalla colonna sonora di “Goodbye Lenin”). Un film fortemente teatrale, girato praticamente in un ambiente unico, ma pieno di ritmo e di colori, il tutto scandito dall’ironia delle sue otto bravissime interpreti, che fanno a gara di bravura, tagliando il traguardo all’unisono.

pubblicato su Superga CineMagazine

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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