Capitolo 81

Eccomi di nuovo qui, dopo le fatiche del Festival di Roma. Penso che dopo un festival del cinema abbiano tutti bisogno di una settimana senza film per disintossicarsi e ricominciare, ma questo ovviamente non vale per il sottoscritto. Dopo aver visto 26 film durante la rassegna romana sono caparbiamente tornato in sala per la gioia vostra e dell’intero mondo. Ben ritrovati.

LO SPAZIO BIANCO (2009): Mi aspettavo sinceramente di meglio dal film della Comencini; certo, Margherita Buy è come sempre molto brava e l’ambientazione napoletana giova al film, ma è tutto un’attesa infinita, succede ben poco e alla fine si lascia la sala come se niente fosse, come quando durante una conversazione un rumore spezza per un momento il discorso, e subito dopo si torna a parlare. Ecco, il film è come quel rumore, distrae per un attimo e un momento dopo l’hai già dimenticato.

IL NASTRO BIANCO (2009): Haneke non ha bisogno di uno spazio bianco, ha bisogno soltanto di un nastro per realizzare un capolavoro, e così è. La fotografia è meravigliosa, sembra un film di Bergman (ma questo ormai l’hanno detto già tutti), il film si nutre dietro i silenzi angoscianti, le parole non dette, le punizioni fuori campo, i semi di quella generazione che porterà al nazismo. Haneke, vincitore a Cannes, riesce a parlare di una società prendendo come esempio il microcosmo un piccolo paese tedesco dei primi anni 10. Immenso.

LEBANON (2009): Ha vinto il Festival di Venezia, motivo più che valido per andare al cinema a vederlo. Mi è piaciuto davvero molto, si tratta di un film di guerra ambientato all’interno di un carro armato, in cui i soldati non sono guerrieri ma semplici uomini, spaventatissimi, preoccupati, indignati (tra cui un comandante che non sa comandare e un soldato che non vuole sparare). La guerra attraverso un mirino, la guerra negli occhi di uomini che non vogliono combattere. Da applausi.

MARPICCOLO (2009): Presentato al Festival di Roma, in sala la settimana prossima. Film di De Robilant (lo ricordiamo per il noioso “Per Sempre”) più che apprezzabile, un viaggio nella delinquenza e nel disagio di un giovane, costretto alla criminalità da una vita troppo stretta per lui. Il contesto tarantino è originale e perfetto per gli interessi della storia, il film funziona, e nonostante alcune pause mantiene comunque sempre alto il ritmo della vicenda. Dai, ci è piaciuto.

CAPITALISM: A LOVE STORY (2009): Uscendo dalla sala pensavo che se si mettessero insieme tutti i film di Michael Moore risulterebbe un’immagine degli Stati Uniti veramente pessima, ma alla fine molto più realistica rispetto a quello che ci viene mostrato attraverso, che ne so, Mtv, per dirne una. Le banche tengono gli americani per le palle, scusate l’immagine, ma non si potrebbe dire in termini migliori: il congresso degli States sembra un enorme consiglio d’amministrazione di una banca, e a rimetterci sono sempre e solo i cittadini, il popolo, truffato e mortificato dalla società degli interessi. Devo dire che preferisco “Zeitgeist” (lo trovate ovunque, anche su youtube, non perdetevelo), ma rispetto eterno per Michael Moore.

UP (2009): Ma che bellezza! La Pixar non finirà mai di abituarci a questi gioielli, qui sfodera un altro miracolo d’animazione rendendo credibile e meravigliosa una storia davvero assurda, tra case volanti, cani parlanti e struzzi in technicolor. Ma la grande emozione è nei minuti iniziali, dove in poche sequenze viene raccontata con semplicità la vita di una coppia di persone innamorate, dall’infanzia fino alla vecchiaia. Il protagonista è un anziano arzillo e un po’ rude come il Clint Eastwood di “Gran Torino”, e il suo viaggio “in the name of love” è semplicemente meraviglioso.

pubblicato su Livecity

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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