Recensione “Sweeney Todd” (2007)

Johnny Depp, dopo un ingiusto esilio lungo quindici anni, torna nella Londra dove una volta era felice con sua moglie e sua figlia e decide di vendicarsi dell’uomo che gli ha portato via ciò che amava. Tornato nella sua vecchia bottega di barbiere, riceve dalla vicina Helena Bonham Carter i suoi antichi e preziosi rasoi: Johnny Depp/Sweeney Todd ne stringe in mano uno e, alzandolo al cielo, si lascia andare ad un urlo liberatorio: “Finalmente il mio braccio è nuovamente intero!”.

È probabilmente in questa sequenza, e in particolare in questa frase che ci rendiamo conto di trovarci di fronte ad un altro gioiello firmato da Tim Burton, in cui il regista americano regala ai suoi fan e alla storia del cinema moderno un nuovo splendido capitolo di cupa genialità e un Johnny Depp inedito, meraviglioso cantante e spietato assassino: “Tutti meritano di morire”, è questo il motto che il nostro barbiere sfoga nel momento in cui realizza di voler far passare la sua vendetta e il suo rasoio attraverso “gole meno nobili” rispetto a quella del giudice Alan Rickman, l’uomo che quindici anni prima portò via al protagonista la moglie e la sua bambina.

Tim Burton chiede a Johnny Depp e ad Helena Bonham Carter, mai così teatrali nei loro gesti e nelle loro interpretazioni, di scivolare sulle splendide scenografie di Dante Ferretti senza mai abbassarsi di tono, mantenendosi sempre sopra le righe, perfettamente accompagnati dalle musiche di Stephen Sondheim che hanno fatto di Sweeney Todd un musical di grande successo negli ultimi trent’anni.

Il barbiere assassino è solo l’ultimo di una lunga serie di anti-eroi regalati dalla direzione di Burton e dall’estro di Depp, quasi omonimo del suo personaggio Todd, perfettamente cupo, chiuso in un guscio di rabbia e rancore, cieco a tal punto da sfogare il suo dolore sulle gole di decine di innocenti clienti della sua bottega, verso un finale eccezionale che regala agli anni duemila il musical che mancava, oltre agli schizzi del sangue più rosso e intenso di questi ultimi anni di cinema: permeato della solita fotografia algida che ha sempre contraddistinto le opere di Burton, Sweeney Todd trova nell’accesissimo rosso del sangue il contrappunto ideale dei suoi chiaroscuri, che accompagnano il film quasi trasformandosi in un personaggio vero e proprio, sparendo solo in due occasioni: nel ricordo del passato felice e nel sogno di una vita migliore, come se il regista volesse sottolineare che soltanto il passato e i nostri desideri riescono a dare luce al grigiore del quotidiano.

Candidato a tre premi Oscar (Johnny Depp come attore protagonista, Colleen Atwood per i costumi e Dante Ferretti per le scenografie, quest’ultimo l’unico a portare la statuetta a casa), Sweeney Todd si è presentato al pubblico italiano forte della firma di Tim Burton, ormai una vera e propria garanzia di cinema di intrattenimento e genialità, e del nome di Johnny Depp, non nuovo ad interpretazioni fuori dall’ordinario. Unico, ironico e geniale: in questo film c’è tutto Tim Burton, scusate se è poco.

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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