Recensione “Brotherhood” (2009)

Ultimo film in concorso ad esser stato presentato al Festival di Roma, fu subito colpo di fulmine: tra le poltroncine delle sale dell’Auditorium si rincorrevano le voci, chi timidamente affermava “potrebbe vincere”, chi lo dichiarava apertamente (“ecco un film degno della vittoria”). Alla fine il Marc’Aurelio d’Oro andò proprio al danese “Brotherhood”, di Nicolo Donato, regista italo danese con un passato nella pubblicità fino al salto – decisivo – nel cinema. Il suo film c’è, ha le carte in regola per funzionare in ogni meccanismo: storia forte, contesto difficile, protagonisti affiatati e soprattutto c’è sentimento, in ogni scena, in ogni sguardo.

Lars, un ex-soldato, una volta tornato a casa si avvicina pericolosamente ad un gruppo neonazista, lasciandosi affascinare dai suoi principi (più dall’idea di appartenenza ad un credo che effettivamente alle loro azioni): il suo gruppo passa le nottate a picchiare arabi e omosessuali, perseguendo l’idea che la Danimarca debba appartenere ai danesi etero. Lars in breve tempo si trasferisce in una casa insieme ad un altro membro del gruppo, Jimmy, che dovrà seguirne “l’educazione” e aiutare il nuovo ad entrare nel pieno dello spirito del nazismo. Imprevedibilmente tra i due esplode una passione trascinante, che li costringerà ad amarsi clandestinamente (e pericolosamente) e soprattutto a dover operare una scelta non facile.

Vagamente fa pensare a “Teste rasate” (ma il film di Claudio Fragrasso non aveva la stessa raffinatezza tecnica), con qualche eco proveniente da “American History X”, l’opera di Donato, per quanto un po’ prevedibile nell’ultima mezzora, lascia sicuramente lo spettatore di fronte ad un film intenso, mai pesante, capace di catturare con la delicatezza di un tuffo in mare tra amici ma in grado allo stesso tempo di turbare con le violenze più ingiuste: il cinema fa anche questo.

pubblicato su Livecity

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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