Recensione “Gorbaciof” (2010)

Toni Servillo, continuando a sottovalutare le conseguenze dell’amore, giganteggia in una Napoli impicciata e malandrina nella quale risuonano lontani echi di “Carlito’s Way”, fino alla beffarda conclusione che non può non far pensare a “Pulp Fiction”. Stefano Incerti è bravo, e sa bene che con grandi silenzi e la purezza dello sguardo può creare emozioni potenti (come insegna il cinema coreano dell’ultimo decennio). “Gorbaciof” colpisce pienamente nel segno, grazie ad un antieroe né bello né simpatico, ma al quale inevitabilmente ci si affeziona, anche per merito di tutti gli sforzi da lui compiuti in funzione di un amore quasi assurdo.

Pacileo, detto Gorbaciof a causa di una grande voglia sulla fronte, lavora come contabile nel carcere napoletano di Poggioreale. Spesso e volentieri sottrae dalle casse del carcere qualche biglietto da investire a poker, giocando nel retrobottega del ristorante dove lavora Lila, una bellissima ragazza cinese della quale è innamorato. Per pagare i debiti di gioco del padre di lei, ed evitare che Lila venga sfruttata in cambio di denaro, Gorbaciof comincia a rubare sempre più soldi dalle casse del carcere, invischiandosi in giri sempre più pericolosi pur di coronare il suo sogno d’amore: una fuga lontano da Napoli insieme alla sua Lila.

Silenzioso e deciso, testa sempre alta, sguardo crucciato e rari sorrisi: è così che Toni Servillo regala al suo Gorbaciof l’immagine di “una tigre fra le scimmie”, come recita la locandina del film. C’è una Napoli come sempre piena di traffici e trafficanti, ma che potrebbe essere qualunque città del mondo, da sfondo a questa storia fatta di piccoli eroi e grandi amori silenziosi, intensi e distanti al tempo stesso (culturalmente e fisicamente). Ecco un film italiano di cui possiamo essere fieri.

pubblicato su Livecity

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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