Decimo album per i Manic Street Preachers: i predicatori sono tornati

Dieci album in studio in diciotto anni, una storia contraddistinta da una versatilità che spazia dal punk più grezzo al pop più melodico, la sparizione misteriosa dell’anima della band nel 1995, il titolo di gruppo più amato degli anni 90 nel Regno Unito (insieme agli Oasis): tutto questo e molto di più sono i gallesi Manic Street Preachers, una delle formazioni più importanti e prolifiche dell’ultimo ventennio britannico, capaci di far fronte alla morte del britpop e alla scomparsa del suo genio Richey Edwards. Da poco è uscito il decimo album, “Postcards from a Young Man”, una buona occasione per riscoprire questa band attraverso i suoi vecchi capolavori.

GENERATION TERRORISTS (1992): I Manics fanno scalpore ancor prima dell’uscita del loro primo album ufficiale. Durante un’intervista Richey Edwars, chitarrista e anima della band, si incide sull’avambraccio la scritta “4 Real” per rispondere a chi sosteneva che la loro forte componente politica fosse solo una montatura pubblicitaria. L’album vende 250mila copie e lancia i Manics attraverso i suoi 6 singoli, tutti di successo, e un punk innovativo e culturalmente “alto” (i testi citano Camus e Orwell, e criticano intelligentemente il consumismo e il capitalismo). Da non perdere il riff di “Motorcycle Emptiness” e la rabbia di “Stay Beautiful”.

GOLD AGAINST THE SOUL (1993): I testi politici lasciano spazio a composizioni più cupe e malinconiche, dove spiccano “La Tristesse Durera” (citando una frase che Vincent Van Gogh disse a suo fratello Theo in punto di morte) e “Life Becoming a Landslide”. Il sound rock permea con decisione tutte le canzoni, fornendoci un ottimo lavoro che però non riesce a toccare i picchi dell’esordio.

THE HOLY BIBLE (1994): Universalmente riconosciuto come il capolavoro dei Manic Street Preachers, acclamato da critica e fan e senza dubbio uno degli album più riusciti e completi del decennio musicale. Richey Edwards scrive quasi tutti i testi, affrontando temi come l’anoressia, l’aborto, l’olocausto. Il sound è perlopiù rude, la voce di James Dean Bradfield è spesso rabbiosa: tredici tracce indimenticabili, da “Yes” a “P.C.P.”, passando per “Of Walking Abortion”, “4st 7lb”, “This Is Yesterday” e “Faster”.

EVERYTHING MUST GO (1996): Un anno prima Richey Edwars scompare nel nulla senza lasciare tracce. I Manics sono sull’orlo dello scioglimento, ma è proprio la famiglia di Richey ad incoraggiare il trio ad andare avanti. James Dean Bradfield, Nicky Wire e Sean Moore realizzano da soli questo quarto meraviglioso album, che sancisce la rinascita e la definitiva consacrazione dei Manics come band di culto. Cambia il look della band, dopo il glam di “Generation Terrorists” e le divise militari di “The Holy Bible” i Manics rinunciano definitivamente agli eccessi del passato, passando ad un’immagine sobria tuttora presente. Il singolo “A Design for Life” (nato in risposta di “Boys and Girls” dei Blur) diventa ben presto l’inno della working class britannica, il successo di “Australia”, “Kevin Carter” e la title-track “Everything Must Go” confermano il valore dei Manics e dei loro testi.

THIS IS MY TRUTH TELL ME YOURS (1998): L’album della consacrazione internazionale, grazie al singolo “If You Tolerate This Your Children Will Be Next” (riferito alla guerra civile spagnola), ispirato da “Omaggio alla Catalogna” di George Orwell. L’album è interamente pervaso da una malinconia di fondo che cambia ancora una volta il timbro della band, non più segnata da grandi schitarrate rock, ma da ballate romantiche e profonde (come la bellissima “The Everlasting”, altro successo internazionale). I testi, come d’abitudine, non sono mai banali: dalla storia straziante di due gemelle silenziose (“Tsunami”), ad un’accusa contro la polizia, responsabile di centinaia di morti durante una partita di calcio nel 1989 (“S.Y.M.M.”).

KNOW YOUR ENEMY (2001): Dopo il concerto al Millennium Stadium di Cardiff durante la notte di capodanno del 2000, uno dei momenti più alti della carriera dei Manics, e l’uscita dello splendido EP “The Masses Against The Classes”, arriva il sesto album della band, sperimentale e particolare, che si rivela però un flop commerciale. “So Why So Sad”, “Freedom Of Speech Won’t Feed My Children” sono probabilmente le tracce migliori. L’album fu anticipato da uno storico concerto a Cuba, che segnò i Manics come prima rock band occidentale ad esibirsi nel Paese di Fidel Castro.

LIFEBLOOD (2004): Probabilmente l’album peggiore dei Manics, certamente il più pop, nonostante i fan lo ritengano un lavoro ottimo e sottovalutato. Spiccano i due buonissimi singoli, “Empty Soul” e “The Love of Richard Nixon”, ma non bastano a rendere “Lifeblood” un esperimento positivo.

SEND AWAY THE TIGERS (2007): Dopo due anni senza tour e due lavori solisti per James Dean Bradfield e Nicky Wire, indizi che fanno pensare ad uno scioglimento prossimo della band, i Manics tornano invece con l’ottavo album, bellissimo, che riprende la ruvidità degli esordi e la malinconia del periodo successivo alla sparizione di Edwards. Grande successo di classifica per il duetto con Nina Persson dei Cardigans (“Your Love Alone is not Enough”), ma le tracce migliori sono probabilmente “Indian Summer”, “The Second Great Depression” e “Autumnsong”.

JOURNAL FOR PLAGUE LOVERS (2009): Album meraviglioso, potente, ruvido e mai banale, il loro miglior lavoro di questo decennio. I Manics sembrano essere tornati ai fasti degli anni 90, grazie anche ai testi tratti dai vecchi quaderni di Richey Edwards, che di fatto firma le liriche di tutte le canzoni. La critica e i fan sono entusiasti, da “Peeled Apples” a “Jackie Collins Existential Question Time”, fino alla splendida title-track. La band gallese è tornata sulla cresta dell’onda, con uno degli album più interessanti degli ultimi anni.

POSTCARDS FROM A YOUNG MAN (2010): Sulla copertina del decimo album dei Manic Street Preachers spicca curiosamente una fotografia di Tim Roth. La band conferma quanto di buono fatto nell’ultimo periodo con un album meno potente del precedente e come sound più vicino a “Send Away the Tigers”, ma capace di racchiudere delle perle come la title-track, “I Think I Found It” e soprattutto la struggente “Hazelton Avenue”. La voce di Bradfield abbandona la rabbia e la proverbiale grinta del frontman, tornando limpida come in “Lifeblood”. I Manics fanno cifra tonda, aspettando l’album numero 11…

pubblicato su Livecity

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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