Recensione “American Pop” (1981)

Quando la storia della musica cammina di pari passo con la storia di una famiglia, di generazione in generazione, creando una sorta di realtà alternativa in cui la cultura musicale degli Stati Uniti è segnata dal talento e dalla genialità artistica di quattro uomini, tutti in qualche modo diversi da loro, uniti però dall’amore per la musica. “American Pop”, partorito dal genio di Ralph Bakshi, è composto da quattro grandi sequenze, ognuna delle quali racconta le vicende di quattro generazioni della famiglia Belinksy: dall’immigrato Zalmie fino alla rockstar Pete, passando per il pianista Benny e il talentuoso songwriter Tony, il vero protagonista del film e limpido alter-ego di Bakshi.

Per raccontare il film è necessario raccontare interamente la vicenda, per cui non andate oltre nella lettura di questo paragrafo se non avete ancora avuto la fortuna di vedere questo gioiello, per non rovinarvi la straordinaria successione degli eventi di questa epopea tutta statunitense. La storia comincia in Russia, con il piccolo Zalmie Belinksy che fugge insieme a sua madre a New York, mentre i cosacchi stanno attaccando il loro villaggio. Zalmie, immigrato costretto alla povertà, trova lavoro in un piccolo cabaret, con l’aspirazione di diventare cantante. Farà il clown, l’attore di avanspettacolo, e sposerà una spogliarellista dalla voce incantevole, che gli darà un figlio, Benny. Una volta grande, Benny scopre un grande talento per il pianoforte, ma per mantenere il figlio in arrivo decide di arruolarsi nell’esercito, dove morirà durante la Seconda Guerra Mondiale. Suo figlio Tony passa le serate nei bar del Greenwich Village, dove ascolta le poesie di Ginsberg, per poi tornare a casa e trovare sempre i suoi fratellastri davanti al televisore. Decide così di raccogliere i suoi risparmi, l’armonica che suo padre Benny aveva con sé durante la guerra, e di viaggiare in macchina verso l’East Coast. Tony si ferma in Kansas, dove conosce una splendida cameriera con la quale vivrà una notte d’amore, prima di finire a lavare i piatti in California. Un barbone gli insegna a suonare “California Dreamin’” all’armonica, facendo attirare su di lui l’attenzione di una band musicale agli esordi. Tony afferma di non saper né cantare né suonare, ma di saper scrivere testi musicali: il primo pezzo che scriverà per loro è “Don’t Think Twice It’s All Right”. Il gruppo raggiunge l’Olimpo musicale, suonando addirittura al concerto di Woodstock, dove Tony conosce Pete, un ragazzo del Kansas, che si rivelerà essere il figlio di quella notte di tanti anni prima con la bella cameriera. Pete si trasferisce insieme a Tony a New York, dove i problemi di droga del padre lo porteranno a perdere anche la sua chitarra, con la quale aveva dimostrato di saperci fare. Pete è così costretto a spacciare eroina per sopravvivere, mentre il punk prende piede nell’universo culturale. Arriva però il giorno in cui Pete, in uno studio musicale, costringe una band New Wave ad ascoltare un suo pezzo in cambio di droga, rivelando così il suo talento al produttore, che lo farà diventare una star.

Tutto il cinema d’animazione degli ultimi trent’anni ha un debito con Ralph Bakshi, e non solo (basti pensare al “Signore degli Anelli” di Peter Jackson, che ha ripreso moltissimi elementi della versione animata realizzata da Bakshi nel 1978): “American Pop” utilizza la tecnica del rotoscope (i disegni ricalcano scene filmate precedentemente su pellicola), alternandola con reali immagini d’archivio, ottenendo un realismo che riesce a rendere assolutamente credibile una storia totalmente fittizia. In questo aiuta senza dubbio l’utilizzo di una delle migliori colonne sonore non originali ascoltate in un film, qui attribuite a personaggi immaginari, ma in realtà firmate da Bob Dylan, Janis Joplin, George Gershwin, Jefferson Airplane, The Doors, Mamas & Papas, Jimi Hendrix, Lou Reed, Sex Pistols e molti altri.

C’è un intero secolo di storia americana in “American Pop”: gli immigrati di inizio Novecento, il cabaret e il burlesque degli anni 10, la Grande Guerra, il proibizionismo, la mafia, la Seconda Guerra Mondiale, la beat generation, la vita on the road, gli hippie e i grandi concerti rock, il Vietnam, la droga, il sogno americano. E sono brividi continui: nello struggente pianto di Tony mentre la cantante Frankie intona “Summertime” al piccolo Pete; nella morte in guerra di Benny, intento a suonare per un’ultima volta “As time goes by” al pianoforte trovato in una casa abbandonata; nella creazione in autobus della meravigliosa “Don’t Think Twice It’s All Right”, fino ai titoli di coda, dove infiammano le emozioni e gli applausi, sulle note di “Free Bird” dei Lynyrd Skynyrd. Un capolavoro che fa bene a chi ama la vita, a chi vuole credere al cosiddetto “sogno americano”, ma soprattutto al sacrificio, all’amore, alla passione, quella che urla dentro fino a farti male, che brucia l’anima, che redime lo spirito in nome di un sogno lungo quanto un secolo.

pubblicato su SupergaCinema

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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2 risposte a Recensione “American Pop” (1981)

  1. utente anonimo ha detto:

    Mai sentito nominare… bello scoprire certe chicche ^_^
    thanks, c.

  2. Lessio ha detto:

    un gioiello imperdibile, non l'avevo sentito nominare neanche io fino a qualche giorno fa, l'ho visto al festival del cinema d'animazione Cortoons, a Roma.

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