Recensione “L’arrivo di Wang” (2011)

Quest’anno una parte di cinema italiano sembra abbia deciso di spingersi un po’ oltre le solite commedie o i drammoni, per indagare un genere raramente affrontato dai nostri cineasti: la fantascienza. Già l’ultima Mostra di Venezia è stata un buon trampolino di lancio per l’esordiente Gipi, che con il suo “L’ultimo terrestre” ha raccontato di un imminente sbarco alieno in Italia. I Manetti vanno ancora oltre, e al loro quinto lungometraggio (compreso l’esperimento “Cavie”) confermano la loro passione per il cinema di genere, offrendo un film di fantascienza dalla forte componente psicologica, come una sorta di partita a scacchi tra il film e lo spettatore: una pellicola che da un lato guarda indietro, omaggiando l’indimenticabile cinema di fantascienza americano degli anni 50, dall’altro si proietta in avanti, mostrando come con buone idee e un piccolo budget si possa proporre un cinema “alternativo” anche da noi, facendo ben sperare per le sorti del cinema di genere in un Paese come l’Italia che negli ultimi vent’anni ha offerto molto poco da questo punto di vista.

Una giovane traduttrice di cinese viene contattata urgentemente per un lavoro di traduzione simultanea: la ragazza viene condotta segretamente, con gli occhi bendati, in una sorta di bunker sotterraneo, ritrovandosi in una sala immersa nel buio con il signor Curti, l’agente dei servizi segreti incaricato di condurre l’interrogatorio, e il misterioso signor Wang, che parla solo cinese. Dopo le continue insistenze della ragazza, colta dall’ansia causata da una situazione così ambigua, viene finalmente accesa la luce nella sala: il signor Wang è in realtà un alieno, legato alla sedia dagli uomini di Curti, il quale sembra poco convinto dalle risposte dell’essere, che continua a ripetere di essere venuto in pace, con lo scopo di allacciare un rapporto di collaborazione tra il suo popolo e i terrestri. La giovane traduttrice sembra essere l’unica possibilità di salvezza per Wang, il cui segreto però cambierà le sorti di tutti coloro che lo circondano.

Le trovate geniali non mancano (l’alieno che ha imparato il cinese poiché è la lingua più parlata del pianeta), così come le frecciatine al nostro Paese, talmente chiuso nei confronto di chi è diverso da aver insegnato a diventare razzista anche alla signora Amunike, la donna extracomunitaria che ha consegnato Wang alle autorità. Certo, non mancano i difetti, ma c’è talmente tanta passione (leggasi: “piacere di fare cinema”) dietro questo film da renderlo immune alle critiche. I Manetti in realtà si divertono a scherzare con lo spettatore, giocano sul filo della tensione psicologica, e sembrano puntare il dito contro il cinema italiano, troppo occupato a prendersi sul serio per rendersi conto che c’è un altro tipo di cinema che spinge per emergere. E con la sua frase finale Wang strappa una risata, alla faccia del politicamente corretto: perché in fondo fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio.

pubblicato su Livecity

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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Una risposta a Recensione “L’arrivo di Wang” (2011)

  1. utente anonimo ha detto:

    cagata sta recenzione,

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