Recensione “This must be the place” (2011)

«Home, is where I want to be, but I guess I’m already there, I come home, she lifted up her wings, I guess that this must be the place». Era il 1983 quando i Talking Heads pubblicarono questa canzone, con un giovanissimo Paolo Sorrentino intento ad ascoltare e riascoltare fino alla nausea la voce di David Byrne. Sono passati quasi trent’anni e da quella canzone Sorrentino ha tratto il titolo del suo primo film americano (coinvolgendo lo stesso Byrne per comporre la colonna sonora), un progetto ambizioso dove lo stile del regista de “Le conseguenze dell’amore” e “Il Divo” si completa con la eccezionale interpretazione di uno Sean Penn inedito, a tratti fanciullesco nonostante il look eccentrico.

Cheyenne è una rockstar che ha ormai abbandonato le scene da molti anni, in seguito ad un episodio scioccante che gli ha cambiato la vita. La sua vita a Dublino è talmente vuota da portarlo a confondere la noia con la depressione: la sua unica compagnia è rappresentata da una moglie solare e spiritosa e da una giovane fan che lo ama come un fratello. Cheyenne è costretto a tornare a New York dopo oltre trent’anni a causa della morte di suo padre, con il quale ha sempre avuto un rapporto complicato. Leggendo i suoi diari e le sue memorie il cantante scopre che il padre ha dedicato la sua vita a cercare un ex-nazista nascosto negli Stati Uniti, suo aguzzino nei campi di concentramento. Cheyenne, senza alcun talento investigativo, comincia un viaggio on the road verso il sud degli Stati Uniti, alla ricerca di un uomo che molto probabilmente è già morto di vecchiaia.

Una rockstar cinquantenne, truccata come Robert Smith dei Cure, che si trascina annoiata in un presente senza emozioni: il suo ritorno negli Stati Uniti rappresenta l’occasione di affrontare i fantasmi del passato per ridare senso e fiducia al futuro. Innocente come un bambino, flemmatico come un vecchio pensionato: Cheyenne è un personaggio indimenticabile, che vive all’interno di questo contrasto tirandone fuori ironia e disperazione. Sorrentino lo segue per le lande statunitensi senza perderlo di vista un momento, tra autogrill, autostrade e motel, scoprendo un’America già vista ma al tempo stesso nuova. «Feet on the ground, head in the sky, it’s okay, I know nothing’s wrong, nothing», cantavano i Talking Heads, e Cheyenne sembra quasi fargli eco: «La vita è piena di cose belle», basta convincersene.

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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