Recensione “Una separazione” (“Nader az Simin”, 2011)

Se “About Elly”, vincitore dell’Orso d’Argento a Berlino, aveva permesso al mondo di conoscere il talento di Asghar Farhadi, “Una separazione” lo consacra definitivamente come uno dei registi asiatici più interessanti del momento. Orso d’Oro a Berlino come miglior film, Orso d’Argento al cast femminile e un altro Orso d’Argento al cast maschile: se è vero che tre indizi fanno una prova, questi tre premi ci danno la conferma del potenziale espresso dall’ultimo film di Farhadi. La bravura del regista è nell’evitare ogni discorso palesemente politico, al contrario di molti suoi connazionali, permettendo però allo spettatore di trovare tra le righe alcune sfumature di questa società: le sue sono storie di gente comune alle prese con problemi universali, in cui però si riesce ad intravedere una chiara occhiata alla società iraniana, con tutte le sue contraddizioni.

Nader e Simin, sposati da quattordici anni, hanno ottenuto un visto per lasciare l’Iran e permettere alla giovane figlia Termeh di crescere in un Paese diverso, ma il padre di Nader è malato di Alzheimer e l’uomo non vuole lasciarlo solo. Simin vuole partire ugualmente con la figlia, e per questo chiede il divorzio, tornando nel frattempo a vivere dai suoi genitori. Nader è così costretto ad assumere una badante per suo padre, ma non sa che la donna è incinta e che il marito di lei è all’oscuro a proposito di questo impiego. In seguito ad un comportamento sbagliato della giovane donna, Nader la caccia di casa: lei perde il bambino e suo marito trascina Nader in tribunale. L’uomo, tra problemi coniugali, il rapporto con la figlia Termeh, le attenzioni nei confronti del padre e questa accusa che rifiuta di accettare, si ritrova così al centro di un periodo fatto di complicazioni, bugie e pressioni.

Una storia sempre più coinvolgente man mano che il film procede, con il suo incedere cauto ma ansioso, lento ma potente. Lo spettatore è inerme di fronte agli eventi, che per forza di cose è costretto ad osservare attraverso lo sguardo di Termeh, la figlia, anche lei spettatrice impotente di fronte ai problemi che le scorrono davanti agli occhi. Almeno fino al finale, dove è lei a diventare protagonista, in cui le sue lacrime e la sua decisione lasciano inchiodati, mentre una porta nel mezzo di un corridoio separa ulteriormente Nader e Simin. Una bellissima storia di paura e accuse, in cui un cast di straordinari interpreti riesce a rendere quasi invisibile la mano del regista. Una prova d’autore che consacra definitivamente il nome di Farhadi nel panorama cinematografico internazionale.

pubblicato su Livecity

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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