Festival di Roma 2011: Tutti i film giorno per giorno

Nuit blanche (Extra): Una notte bianca immersa tra le luci di un locale notturno e i colori del buio. Una corsa frenetica, tutta d’un fiato, che non (si) concede una pausa, neanche per un istante. Un poliziotto corrotto, un colpo andato male, e il proprio figlio nelle mani di un trafficante: mentre lui cerca di salvare il figlio, il direttore del locale (cioè il trafficante), due cattivissimi turchi e due agenti di polizia che vogliono arrestarlo danno la caccia a lui. Solo contro tutti, in un locale dove nessuno sembra accorgersi del dramma. Straordinario film d’azione, che presto o tardi rivedremo in qualche remake americano, come al solito. Se avessero tagliato gli ultimi cinque minuti sarebbe stato perfetto, ma resta comunque uno dei migliori film del Festival di Roma 2011.

The dark side of the sun (Extra): Un documentario originale, su un argomento del tutto particolare. Un campo estivo unisce un gruppo di bambini malati di XP, una malattia a causa della quale non possono esporsi ai raggi solari. I ragazzi sono così costretti a vivere la notte, amandola come un padre (Father Night è il protagonista delle loro storie, dalle quali sono stati tratti dei meravigliosi inserti animati). Un documentario in cui le storie dei ragazzi si trasformano in piccoli gioielli d’animazione, e dove la notte è l’ora in cui tutto sembra possibile. Ammirevole.

Catching Hell (Extra): Bellissimo documentario firmato da Alex Gibney, premio Oscar nel 2008 per “Taxi to the dark side”. L’incredibile storia di Steve Bartman, un tifoso dei Chicago Cubs (squadra di baseball che non vince il campionato da oltre cent’anni) che si è macchiato di uno dei gesti più clamorosi e discussi della storia della Major League statunitense: durante la finale decisiva per l’accesso dei Cubs alle World Series ha allungato una mano togliendo di fatto la palla al ricevitore della sua squadra, che si era allungato fino alla tribuna per afferrarla. Da quel momento i Cubs hanno subito una clamorosa rimonta che li ha estromessi dalla finalissima, e Bartman è stato additato come capro espiatorio di tutte le sfortune della squadra. Da allora una vita infernale, da reietto, oltre alla sofferenza per aver contribuito alla disfatta della sua squadra del cuore: “Tifare Cubs è come aver divorziato 6 volte e credere ancora nell’amore” afferma uno dei personaggi intervistati. Gibney indaga sul ruolo dei media e della gente, e di come sia terapeutico sfogare le cause di un problema su un capro espiatorio (prendendo ad esempio anche uno storico quanto sfortunato giocatore dei Boston Red Sox). Uno sguardo su cosa significa essere tifosi, con le scaramanzie, le speranze, le sofferenze: è stato come sentirsi a casa.

Dead men talking (Extra): La conduttrice di un programma televisivo cinese intervista i condannati a morte pochi giorni prima dell’esecuzione. Una trasmissione per educare i giovani, ma anche per permettere un’ultima testimonianza ad un gruppo di individui prossimi ad una morte prematura. Con un potenziale del genere si potrebbe confezionare un documentario memorabile, ma così non è: il film di Robin Newell ha un taglio decisamente televisivo, sia nel montaggio che nella scelta delle inquadrature, a tal punto da riuscire nell’impresa di lasciare piuttosto indifferente lo spettatore. Un po’ reality, un po’ tv alla Barbara D’Urso: deludente.

From up on Poppy Hill (Alice nella Città): Scritto dal premio Oscar Hayao e diretto dal figlio Goro, alla seconda regia, il film dei Miyazaki fa venire voglia di tornare giovani e innamorarsi. Ambientato negli anni 60 nella città di Yokohama, il film segue la vita della giovane Umi, in un periodo di grande fermento dovuto alla disputa per demolizione o la salvaguardia di un edificio della scuola, centro delle attività extrascolastiche dei suoi compagni. Con uno di essi, Shun, nasce una tenera amicizia, finché un segreto riemerge dal loro passato, cambiando totalmente il loro rapporto. Incantevole, dolce, un soffio di beatitudine: lunga vita alla famiglia Miyazaki!

Bobby Fischer against the world (Extra): Un documentario che sembra uscire dalla penna di uno scrittore. L’incredibile storia di un talento (in parte) sprecato, quello di Bobby Fischer, probabilmente il più grande scacchista di sempre, diventato campione del mondo a 29 anni e poi sparito dalle scene per imprigionarsi in un vortice di paranoia e solitudine. Una storia coinvolgente su un genio che ha dedicato la sua vita ad una passione, toccando il cielo con un dito e poi sparito nel nulla: “è come se di Picasso conoscessimo solo pochi quadri”. Una storia di nevrosi e paranoie, impostata dalla regista Liz Garbus come una partita a scacchi tra il protagonista e lo spettatore. Sprazzi di “A beautiful mind” sulla splendida scacchiera di Extra.

How to die in Oregon (Extra): Un documentario che va al di là di ogni giudizio estetico, una vera e propria esperienza di vita, capace di sciogliere in lacrime il pubblico. Provate ad appostarvi domani pomeriggio all’uscita del Teatro Studio, dove verrà nuovamente proiettato il film di Peter Richardson, e guardate i volti di chi esce dalla sala: teste basse, occhi gonfi e tanta voglia di restare un po’ in silenzio. Il documentario vincitore del Sundance è uno sguardo intimo, quotidiano, incredibilmente presente in ogni sfumatura della vita di una serie di malati terminali, in uno Stato, l’Oregon, dove il “suicidio assistito” è una pratica assolutamente legale. Fa male, tanto, e si soffre per le persone sullo schermo come se le conoscessimo realmente. Un documentario che onora e restituisce dignità all’essere umano, e al cinema.

People in white (Extra): Documentario piuttosto originale firmato dai finlandesi Oliver Kochta-Kalleinen e Tellervo Kalleinen, in cui un gruppo di pazienti di una clinica psichiatrica rimettono in scena sé stessi e i loro dottori, ricreando e reinterpretando scene del loro passato e il rapporto tra psichiatri e pazienti, spesso vittime vulnerabili di quel rapporto di inferiorità instaurato con i loro dottori. L’originalità del documentario è nella riproposizione del passato attraverso interviste generate dall’interpretazione dei fatti stessi, e dalle incredibili performance dei pazienti. Un nido del cuculo in cui a volare sono un po’ tutti, o forse nessuno.

Un cuento chino (Concorso): Il film si apre con una mucca che dal cielo piomba addosso ad una giovane donna in barca. È come una promessa per lo spettatore: questo film vi piacerà. E Sebastian Borensztein mantiene la sua promessa grazie anche al solito magnifico Ricardo Darìn (indimenticabile protagonista dello splendido “Il segreto dei suoi occhi”), un ferramenta introverso e a tratti misantropo, costretto dal suo buon senso a prendersi cura di un cinese appena giunto a Buenos Aires in cerca del suo unico parente, uno zio apparentemente introvabile. Il problema è che uno parla solo spagnolo e l’altro solo cinese, e la convivenza tra i due non è delle più semplici. Ma è un incontro che segnerà profondamente Roberto, il protagonista, che aprirà la sua mente al mondo, concedendo una possibilità a se stesso e alle persone che lo circondano. Divertente e bellissimo, uno di quei film di cui non ci si stanca mai. Da vedere.

Voyez comme ils dansent (Concorso): Coprodotto da Canada, Francia e Svizzera, il film di Claude Miller ci regala il film più bianco di questo Festival, quasi interamente immerso nella neve dell’inverno canadese, tra tempeste, treni e incontri. Lise, una regista francese, sta girando un documentario sul suo viaggio nel quale intende percorrere in treno tutto il Canada coast to coast. Una tempesta costringe il treno a fermarsi nella cittadina dove suo marito Vic, un performer di fama mondiale, era finito a vivere con la sua nuova donna (Maya Sansa), prima di sparire nel nulla. Le due donne si incontrano, imparano a conoscersi e a capire meglio, l’una attraverso l’altra, la figura di Vic. Atmosfere innevate e bellissime, il fascino del viaggio in treno, la bellezza di un incontro tra due persone differenti ma con un importante punto in comune. Piaciuto, ma non eccelle. Ad ogni modo una pellicola interessante.

Project Nim (Extra): “L’alba del pianeta delle scimmie” in versione documentaria (e soprattutto una storia vera). Il regista James Marsh, premio Oscar per “Man on wire”, racconta attraverso materiale d’archivio e tantissime testimonianze la storia di Nim, uno scimpanzé cresciuto come un essere umano. Un’infanzia felice, piena di attenzioni, dove Nim impara sempre più alla svelta il linguaggio dei segni. L’adolescenza e la maturazione tireranno però fuori la sua natura più selvaggia, fino ad un tragico ritorno in gabbia che commuove per la sua crudeltà. È inevitabile: si fa il tifo per Nim, si ride della sua furbizia, si soffre per il suo destino. E sui titoli di coda viene da pensare: chi è più umano? L’uomo o l’animale? Un film che non lascia indifferenti.

La femme du cinquième (Concorso): C’è chi l’ha definito “un film di David Lynch fatto male”, e c’è invece chi l’ha apprezzato come un folle racconto d’autore. Un regista polacco (Pawel Pawlikowski) che gira un film in Francia fa pensare a Polanski, e alcune atmosfere potrebbero anche far pensare al regista di “Rosemary’s Baby”, anche se in realtà il film si muove con uno stile tutto suo. Uno scrittore americano arriva a Parigi per ritrovare la sua bambina, alla quale non può avvicinarsi per un ordine giudiziario. Addormentatosi su un autobus, si risveglia in periferia, senza più né valigia né soldi: finisce in un infimo motel dove trova un lavoro misterioso. Si comincia anche a frequentare con una donna del Quinto arrondissement, ma la realtà nasconde più di una sorpresa. Atmosfere meravigliosamente fotografate da luci malinconiche, ed una regia d’autore, che staglia i suoi protagonisti su sfondi sfocati. Non è un film per tutti, ma a noi va benissimo così: bellissimo.

Mon pire cauchemar (Fuori Concorso): La classica commedia fatta di forti contrasti, di solito la ricetta migliore per tirar fuori situazioni dalla forte componente comica. Isabelle Huppert mostra il suo lato più ironico in questo film di Anne Fontaine, dove però il vero mattatore è Benoit Poelvoorde (visto di recente nella commedia di Dany Boon “Niente da dichiarare”), protagonista totale di ogni sequenza. Agathe, donna tutto d’un pezzo, dirige una galleria d’arte e vive nel lusso con il suo brillante e un po’ annoiato marito. Patrick invece è uno scapestrato manovale, volgare, alcolizzato, senza arte né parte. Cosa hanno in comune i due? La splendida amicizia dei loro figli, inseparabili, che porterà Agathe e Patrick in un continuo confronto che va oltre la lotta di classe. Si ride il giusto, ma si dimentica presto. Ad ogni modo consigliabile.

Tyrannosaur (Focus): Che gioiello! Non se l’aspettava nessuno, relegato nel Focus sulla Gran Bretagna che purtroppo garantisce soltanto un passaggio al Festival (niente repliche, gran peccato). Ma in fondo gli indizi erano piuttosto chiari: premiato al Sundance per la regia e i due attori principali, tutti premi più che meritati. Joseph, grugno ringhioso come il Walt Kowalsky di “Gran Torino” (ma molto più violento), è vedovo, disoccupato, alcolizzato e dal carattere a dir poco irascibile. L’incontro con la semplice Hannah, continuamente umiliata da un marito violento, sarà la possibilità per entrambi di riscoprirsi e rinascere. Crudo, potente, ma assolutamente vero e onesto in ogni sua immagine, drammatica, magari anche tragica, ma che non permette mai di distogliere lo sguardo. Brillante esordio alla regia per Paddy Considine, e straordinaria interpretazione di Peter Mullan, già miglior attore a Cannes nel 1998 per “My name is Joe”.

Ostende (Extra): Rimbombi hitchockiani che segnano l’esordio cinematografico della poliedrica Laura Citarella. I tanti boati di disapprovazione saliti durante i titoli di coda la dicono lunga sulla pazienza che il pubblico ha dovuto sostenere durante il film: è innegabile che la pellicola argentina goda di atmosfere più che interessanti, che emergono da un quotidiano banale e a tratti noioso, ma il ritmo volutamente imposto dalla regista è troppo lento, anche se trova una forte impennata nel buonissimo finale, dove è lo spettatore l’unico a scoprire la verità (e questo conferisce sempre una piacevole sensazione di onnipotenza). La storia è semplice: una ragazza vince un soggiorno in un hotel sul mare. Non sapendo che fare comincia ad osservare i movimenti di un uomo misterioso e di due donne a lui legate. Emergono tante domande, e tante fantasiose risposte. Ma la verità sarà riservata solo al pubblico. È un lavoro interessante, che però non riesce a mantenere alto il livello della narrazione per tutta la durata del film, e questo è un peccato.

Hotel Lux (Concorso): Quel che si dice un film decisamente originale. Divertente, ben girato, con attori decisamente in parte ed un finale scoppiettante. Nella Berlino nazista del 1938 il comico Zeisig e il suo amico Meyer raggiungono l’apice del successo grazie ad uno spettacolo di cabaret nel quale interpretano rispettivamente Stalin e Hitler. Ben presto Meyer si unisce alla resistenza, mentre Zeisig, convinto di andare a Hollywood, si ritrova a Mosca nell’Hotel Lux, un coacervo di intrighi, comunisti, amori e insidie. Per un errore dei servizi segreti si ritrova a dover fingere di essere l’astrologo di Hitler fuggito dalla Germania nazista, e a dover consigliare addirittura Stalin in persona. Una commedia intelligente, altra bella sorpresa di questo Festival il quale, checché se ne dica, non sembra proprio essere sottotono.

A Few Best Men (Fuori Concorso): Che ridere! Il regista è Stephan Elliott, quello di “Priscilla” e di “Easy Virtue”, e questo film australiano al momento si candida come il film è più divertente di questa edizione del Festival. Non è originalissimo, ma poco importa, perché succede davvero di tutto, e quando le cose sembrano sistemarsi, succede sempre qualcos’altro ancora peggiore. L’inglese David si sta per sposare con la bella Mia, vola quindi in Australia per conoscere i genitori di lei il giorno prima del matrimonio e scopre che il padre di Mia è un importante uomo politico. I tre migliori amici di David raggiungono il novello sposo nel giorno più importante, e la loro presenza in questo matrimonio pieno di persone importanti avrà l’effetto di una bestemmia in chiesa: droghe, sbronze, una pecora (un ariete?) protagonista assoluta, uno spacciatore in crisi esistenziale e di tutto e di più. Un po’ “Una notte da leoni”, un po’ “Funeral Party” (anche se si tratta di un matrimonio). La sala stava venendo giù dalle risate.

Amy George (Alice nella Città): Film americano indipendente (più di così si muore, uno dei produttori addirittura è un minorenne che ha organizzato una colletta), apprezzabile nell’intento, ma in fin dei conti un po’ deludente. Jesse deve fare un compito per scuola in cui deve fotografare la sua vita: si fa comprare un’analogica (per avere un voto più alto) e comincia a curiosare intorno a sé, capendo quando è banale e ordinaria la sua esistenza. Grazie a questo progetto riesce però ad avvicinare Amy, una vicina di casa piena per cui Jesse nutre molta curiosità e forse anche qualcosa di più. Il potenziale del film è buonissimo, ma finisce con l’essere un po’ vanificato da una regia un po’ lenta e piatta, e da una sceneggiatura un po’ senza una precisa direzione. Peccato.

Comic-Con (Extra): “Quando una donna ti dice che devi crescere, è segno che Dio ti sta dicendo di cambiare donna”. La sezione Extra non tradisce mai, e oggi ci ha regalato uno spassoso documentario di Morgan Spurlock (“Super Size Me”), che si è addentrato nella più grande convention mondiale su fumetti, videogiochi e quant’altro. Qui segue un manipoli di personaggi differenti, ognuno con la sua storia e le sue aspirazioni, tutti legati da una passione nerd per la Comic-Con. Collezionisti, disegnatori, venditori, una coppia di fidanzati, una aspirante costumista, oltre alle testimonianze di decine di personaggi del mondo dello spettacolo (Kevin Smith su tutti). Assolutamente divertente, la dimostrazione che esiste da qualche parte un mondo che segue davvero altre regole, e che probabilmente crede all’esistenza di Superman e compagnia bella. Una collezione di personaggi da non perdere.

Il paese delle spose infelici (Concorso): Quanto tempo che aspettavamo il primo lungometraggio di Pippo Mezzapesa, regista pugliese che ho apprezzato in alcuni cortometraggi meravigliosi (consiglio di recuperare su Youtube “Come a Cassano” e “L’altra metà”, per citarne un paio). La sua opera prima mostra appieno le potenzialità di questo regista, capace di raccontare la Puglia e la vita quotidiana come pochi altri. In questo paese di spose infelici, il giovane Veleno scopre un gruppo di nuovi amici, guidati dal talento calcistico di Zazà: le giornate scorrono tra partite di calcio, mare, e un po’ di noia, come nell’infanzia di tutti noi. Il tentato suicidio di Annalisa, e la conseguente conoscenza della ragazza, regala nuove emozioni al loro quotidiano. Ironico, fresco, vero: Mezzapesa si propone come sorpresa del Festival e soprattutto come talento emergente del cinema italiano. Ne avevamo decisamente bisogno, ne sentirete parlare parecchio.

Une vie meilleure (Concorso): Film francese di Cedric Kahn, già in concorso due anni fa con il discreto “Les regrets”. Il regista è maturato, si vede, e in più c’è un bravissimo Guillaume Canet (anche lui di casa qui al Festival di Roma: lo scorso anno ha presentato “Last Night” e il suo “Les petits mouchoirs”). Yann fa il cuoco in una mensa scolastica e sogna di aprire un ristorante tutto suo insieme alla bella Nadia. Il sogno però si trasforma in un incubo, tra banche, mutui, prestiti, e avvoltoi di ogni razza pronti a speculare. Nadia decide così di accettare un lavoro in Canada, lasciando con Yann il suo figlioletto: il protagonista si ritrova così con un figlio non suo da educare e un sogno che gli sta lentamente sfuggendo di mano. Per molti tratti il film di Kahn fa pensare a “Ladri di biciclette”: un uomo ed un bambino in giro per una Parigi di periferia, non in cerca di bici rubate ma certamente in cerca di aiuto. Probabilmente il miglior film in concorso tra quelli presentati fino ad oggi. Aspettiamo domani la risposta del pubblico.

La brindille (Alice nella Cttà): Altro film francese, anche questo molto interessante. Un classico film da cinema italiano a dire la verità, ma senza quell’ironia che appartiene al nostro cinema, e forse è questo che un po’ lo appesantisce. Ma la pellicola di Emmanuelle Millet è più che valida, e soprattutto vanta una protagonista in stato di grazia (Christa Téret, già vista qui a Roma in “Lol”, al fianco di Sophie Marceau). Se dovesse vincere la sezione Alice non ne sarei così sorpreso, staremo a vedere (e io come al solito parlo troppo presto).

The deep blue sea (Focus): Non ho visto il film e sono costretto a parlarne per sentito dire, e questo è già abbastanza vergognoso di per sé, ma il tempo è quello che è. Ero all’uscita della sala, e la stragrande maggioranza di amici e colleghi interpellati ne ha parlato piuttosto male: noioso, pesante, piatto. Ed è un peccato, perché sembrava promettere bene, vista la presenza nel cast del premio Oscar Rachel Weisz e Terence Davies dietro la macchina da presa.

Hasta la vista (Alice nella Città): Stamattina buona parte della stampa si è lanciata sulla proiezione di “The Lady” di Luc Besson. Io, da buon cacciatore di pellicole un po’ più sfigate, ho preferito approfittare di questo film belga di Geoffrey Enthoven. Tre amici, due dei quali costretti alla sedia a rotelle e l’altro cieco, decidono di lanciarsi in un viaggio on the road verso la Spagna, in particolare verso un bordello di classe dove potranno perdere la verginità. Ad accompagnarli in pulmino attraverso Belgio, Francia e Spagna c’è una bizzarra infermiera dal passato misterioso. La sorpresa del Festival di Montreal, applauditissimo anche a Roma. Onesto, ironico, e poi il fascino del road movie non crolla mai.

Hysteria (Concorso): Uno dei film più attesi del Festival, soprattutto per il suo tema piuttosto curioso: l’invenzione del vibratore. La pellicola di Tanya Wexler non sarà forse la più classica delle commedie romantiche, ma è comunque piuttosto divertente, e con un bel cast (Rupert Everett e Maggie Gyllenhaal su tutti). Promette bene già dalla frase d’apertura (“Based on a true story. Really.”), e mantiene il ritmo per tutta la sua oretta e mezza. Fa il suo lavoro, e diverte: non ci possiamo lamentare.

Turn me on, goddammit (Extra): Mentre tutta la stampa mondiale si arrampicava sulla SalaLotto per trovare un posto alla proiezione stampa di “Le avventure di Tintin” di Spielberg, qualcun altro ha ben pensato di dedicarsi al primo film proposto quest’anno dalla sezione Extra. Mario Sesti non ci ha mai tradito, e anche quest’anno infatti si comincia alla grande: questo piccolo grande film norvegese, diretto dalla giovane Jannicke Systad Jacobsen, è la storia di Alma, un’adolescente annoiata e sessualmente turbata in un banale paesino di provincia. Quando il ragazzo più ambito della scuola tenta di approcciarla in modo non proprio romantico, la protagonista racconterà l’accaduto alle sue amiche: non creduta, finirà per essere emarginata dal suo piccolo mondo, pur continuando a difendere la sua versione con orgoglio e fierezza. Una girandola di personaggi buffi e simpaticissimi (dalla vicina di casa spiona al coinquilino della sua amica ad Oslo), in un mondo di noia e turbamenti erotici. Spassoso e dolce, approfittatene.

pubblicato su Livecity

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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