Recensione “I primi della lista” (2011)

«Quello che non ho è un orologio avanti per correre più in fretta e avervi più distanti; quello che non ho è un treno arrugginito che mi riporti indietro da dove son partito». Le parole di Fabrizio De Andrè, alle quali è affidato il bellissimo finale, sembrano uscir fuori dall’atmosfera dell’epoca, quel periodo a cavallo tra gli anni 60 e gli anni 70, gli anni in cui ci si poteva ancora permettere di sognare, sperando di cambiare il mondo. Quella stessa atmosfera ricreata con amara leggerezza dalla bellissima opera prima di Roan Johnson, nato a Londra ma italiano a tutti gli effetti, che affida a Claudio Santamaria e a una coppia di bravissimi esordienti (Francesco Turbanti e Paolo Cioni) la storia vera di Pino Masi, Renzo Lulli e Fabio Gismondi, tre ragazzi di Pisa che hanno deciso di fuggire verso l’Austria per cantare al mondo le ingiustizie dell’Italia.

Nel 1970 i giovani continuano a scendere in piazza inseguendo sogni di rivoluzione nati sulla scia dei moti sessantottini, anche se la strage di Piazza Fontana del dicembre 1969 è un segno che il futuro si sta muovendo in una direzione sempre più brutale. A Pisa il giovane cantautore Pino Masi viene a sapere che i fascisti sono pronti a tornare: sembra certo che un imminente colpo di stato stia per capovolgere l’Italia e i conseguenti blitz non lasceranno scampo ai giovani di sinistra, già malmenati e feriti dai continui scontri con la polizia. L’unica soluzione è la fuga: chiedere asilo politico all’estero per continuare a scrivere canzoni, raccontando i mali del Paese attraverso la musica. Masi coinvolge nella fuga altri due giovani musicisti, Lulli e Gismondi. La loro avventura tragicomica sfuma fino a diventare un inno alla libertà che non ha cambiato l’Italia, ma certamente ha cambiato loro stessi.

Un bellissimo film indipendente che nasce dalla voglia di raccontare una storia (vera), e lentamente si trasforma in un incontro di anime, uno sguardo malinconico ma anche eccitato verso un futuro incerto, ma non invadente. Tre ragazzi diversi tra loro, spaventati da qualcosa molto più grande delle loro vite, fino a quel momento fatte di collettivi studenteschi, bar, qualche ragazza e le corde di una chitarra. Una fuga che diventa un viaggio; forse una ragazzata, forse un’avventura: punti di vista. Ad ogni modo tutta quella strada percorsa cambierà il futuro dei tre ragazzi ed il loro modo di affrontare il mondo, anche perché, parafrasando De Andrè, quello che non hanno è quel che non gli manca. Da vedere.

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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