Recensione “La quinta stagione” (“La cinquième saison”, 2012)

Peter Brosens e Jessica Woodworth, dopo aver indagato a livello quasi antropologico Mongolia e Perù, tornano nella loro patria, il Belgio, per chiudere questa sorta di trilogia fantastica che ha visto coinvolti tre differenti angoli della Terra. La tela sulla quale hanno girato il film, “dipinto” dalle meravigliose atmosfere fotografate da Hans Bruch Jr, richiama inevitabilmente alle opere dei pittori fiamminghi, in particolare i racconti di vita contadina ritratti da Bruegel. Al limite del grottesco, del caricaturale, i peccati e le debolezze umane dipinte dal fiammingo, talvolta condite da una crudele ironia, nel film si trasformano in tragedia greca, in cui l’innocenza (i bambini) viene castrata e ammutolita, e dove la morte del pensiero (il filosofo) rappresenta l’inizio del caos.

In una anonima e fredda campagna delle Ardenne la comunità aspetta la fine dell’inverno per festeggiare l’inizio della nuova stagione, la tanto attesa primavera. L’inverno però sembra non finire mai: le api non fanno più miele, le mucche non producono latte e tutti i raccolti sono andati persi. Mentre il paesino piomba nel baratro della povertà e della crisi, i giovani Alice e Thomas trovano un barlume di spensieratezza grazie alla compagnia dello straniero Pol, un apicoltore accompagnato da un bambino disabile. La rabbia e l’invidia della comunità sono però dietro l’angolo, e la ricerca di un capro espiatorio trova in Pol la più crudele delle risposte.

Girato con un meraviglioso gusto per l’immagine, con un senso dell’inquadratura mai banale, sempre disponibile ad aggiungere qualcosa al racconto: è nel connubio tra la cruda assurdità della storia e la magnifica estetica stilistica che il film trova il motivo per cui al Festival di Venezia in molti hanno gridato al capolavoro, perché in fondo è di questo che stiamo parlando. Un film che si lascia ammirare come il più bello dei dipinti, che coinvolge con la stessa freddezza umana del Von Trier di “Dogville”, che inquieta con lo stesso pessimismo di Kubrick, che probabilmente questo film lo avrebbe amato. Mentre l’inverno dell’essere umano continua imperterrito, è dalle parole di Pol (che a sua volta cita Nietzsche) che emerge un barlume di speranza: “Bisogna avere il caos dentro per generare una stella danzante”. Meglio ripetersi: è un capolavoro.

pubblicato su Livecity

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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