Recensione “Django Unchained” (2012)

Quando la pellicola tende verso la conclusione, sulle indimenticabili note de “Lo chiamavano Trinità” di Franco Micalizzi, la sensazione è una sola: Quentin Tarantino ha fatto di nuovo centro. In quello che è il suo film più lungo (2 ore e 45 minuti), il regista più amato degli anni 2000 butta dentro tutto ciò che abbiamo imparato ad amare con il suo cinema. Django è un film potente, brutale, ironico, brillante, epico. In una parola, gargantuesco. C’è tanto Morricone (come poteva mancare la musica del Maestro in un western di Tarantino?), c’è un cast di straordinari interpreti: dai protagonisti Christoph Waltz e Jamie Foxx ai meravigliosi personaggi di contorno, Leonardo di Caprio e soprattutto Samuel L. Jackson, che sembra rinascere come attore ogni qual volta la sceneggiatura di Tarantino si posa sulla sua testa. A proposito di sceneggiatura, ancora una volta i dialoghi confermano il talento dell’autore per la danza lessicale dei suoi personaggi: dapprima ironica e lineare, infine pomposa ed epica, con nuovi tormentoni da regalare al culto  del regista.

Negli Stati Uniti sull’orlo della Guerra Civile, il cacciatore di taglie King Schultz libera lo schiavo Django e comincia con lui una proficua collaborazione che li porterà nella piantagione del famigerato Calvin Candie, proprietario terriero assetato di sangue. Nella proprietà di Candie, la cosiddetta Candyland, lavora da schiava Broomhilda, moglie di Django. Schultz e il suo nuovo amico metteranno in piedi una farsa pur di ottenere la libertà della ragazza, mentre violenza, sacrificio, vendetta e la lotta per la sopravvivenza si ritroveranno tutte insieme a ballare, tra la vita e la morte.

Tarantino rielabora dunque il genere western, in una giostra di pallottole e potenza visiva. Django, «la D è muta», è un perfetto eroe tarantiniano: sofferente, giusto, inarrestabile e soprattutto vendicativo. Già, perché in fin dei conti, seppur il film è basato sulla ricerca di una donna da liberare, la fanfara di proiettili eseguita nel finale altro non è che il bisogno di soddisfare la vendetta di un ex schiavo nei confronti dello schiavista bianco, troppo compiaciuto nella sua logica (straordinario in tal senso il monologo di Di Caprio a proposito delle “fossette nel cranio”) da non rendersi conto che il mondo sta cambiando (la Guerra Civile persa dal Sud, di lì a poco, ne sarà la dimostrazione). Tarantino in poche parole si fa beffe dei sudisti, ridicolizzandoli nella loro goffaggine, come dimostra l’esilarante scena del Ku Klux Klan. In questa rapsodia di spunti narrativi, è la potenza del cinema il filo rosso che congiunge la composizione, rendendola un sano piacere cinematografico per il quale siamo grati. Tarantino permette ancora una volta al cinema di dimostrare con forza tutta la potenza di cui è capace quando viene giostrato dalle mani di un autore, un artigiano, che sa essere originale e al tempo stesso sa adagiarsi ad uno stile che ormai è praticamente un marchio. Di rimando, non possiamo che apprezzare: grazie Quentin.

pubblicato su Livecity

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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