Capitolo 200

Attenzione, attenzione!!! A quasi cinque anni di distanza dalla nascita di questa rubrica, “Una vita da cinefilo” raggiunge la veneranda quota di 200 capitoli!!! Bisogna festeggiare, urlare, cantare, approfittare della primavera, gioire, amare, andare al cinema, bere, e infine leggere. 200, comunque meno rispetto ai gol in serie A di Francesco Totti, e meno anche degli spartani di Leonida, ma ad ogni modo un traguardo invidiabile (è quasi il doppio rispetto alla carica dalmata della Disney!). Bisogna festeggiare, perciò chiederemo al nostro amico Jay Gatsby di organizzare una bella festicciola in nostro onore, alla quale siete tutti invitati. Grazie a voi.

E morì con un felafel in mano (2001): Uno dei migliori film australiani dello scorso decennio. Il protagonista è Noah Taylor, il celebre supporto tecnologico di “Vanilla Sky”, un trentenne confuso e pieno di problemi, molti dei quali causati dai suoi pittoreschi coinquilini, tra riti pagani, minacce della polizia e frodi. Notevole la colonna sonora, con Moby, Nino Rota, U2, Nick Cave e molti altri. E a proposito: “Perché le tre del mattino è sempre l’ora preferita per metter su un cd di Nick Cave, cadere in depressione e suicidarsi?”. Da recuperare.

Station agent (2003): Piacevolissima sorpresa sbucata nel mezzo della notte dalla programmazione del digitale terrestre. Un appassionato di treni affetto da nanismo (ricordate “Funeral Party”? È lui!) eredita una vecchia stazione in disuso, in un paesino sperduto. Il suo bisogno di tranquillità e silenzio viene messo in discussione dall’incontro con il cubano Joe, dalla parlantina facile, e dalla artista Olivia, che si è isolata dopo la morte del figlio. Tre solitudini si incontrano e crescono insieme. Commedia agrodolce, premio del pubblico al Sundance Film Festival. Bello!

Treno di notte per Lisbona (2011): Classico film che vai a vedere al cinema per noia e che invece ti emoziona a bestia. Jeremy Irons è un vecchio professore che lavora a Berna, e che è ormai affossato nel grigiore della sua esistenza. Una mattina salva una ragazza dal suicidio e in un libro trovato nella giacca di lei trova stimoli, risposte e illuminazioni, oltre ad un biglietto di treno per Lisbona, per quella stessa notte. Decide di partire verso il Portogallo dove, nella ricerca dell’autore del libro e della ragazza scomparsa, troverà quella vita che non ha mai vissuto, attraverso le storie che dai tempi della dittatura portoghese, arriveranno fino alla sua anima. Bellissimo, una sorpresa inaspettata.

No (2012): Pablo Larrain in questo momento è uno dei più importanti cineasti dell’America Latina, e questo film ne è l’ennesima prova. Nel Cile del 1988 il dittatore Pinochet, a causa di forti pressioni internazionali, è costretto a indire un referendum dove potrebbe essere confermato alla guida del Paese per altri otto anni. L’opposizione teme di aver già perso in partenza, sia a causa di possibili brogli, sia a causa del poco tempo a disposizione per far valere le proprie idee. Al giovane pubblicitario Gael Garcia Bernal viene affidato il compito di guidare la campagna per il No e la sua idea sarà rivoluzionaria: convincere il popolo non con la tristezza e la paura della morte, ma con l’allegria. Candidato all’Oscar come miglior film straniero, è ancora nei cinema: correte a vederlo.

Il grande Gatsby (2013): Un mesetto fa un’amica mi aveva convinto a leggere il libro prima dell’uscita del film: “Per quanto possa esser bello il film, non sarà mai bello come il libro di Fitzgerald. Meglio sapere la storia prima di vedere il film, piuttosto che prima di leggere il libro”. Mai consiglio fu più saggio: il libro, finito di leggere in un bar di Berlino, mi ha fatto piangere lacrime calde, è di una bellezza infinita. Tutto ciò per dire che avevo qualche aspettativa prima del film, che in realtà non è così male, ma che in fin dei conti poteva essere molto meglio. Il problema è che Luhrmann e Fitzgerald appartengono a due mondi diversissimi, e la loro contaminazione ha dato luogo ad un film non esageratamente riuscito, che è senza dubbio piacevole per gli occhi, ma non per il cuore. Ad ogni modo mi rivendo il consiglio della mia amica: leggetevi il libro prima di vedere il film.

La casa (2012): Il film originale, che lanciò Sam Raimi nella storia del cinema, è stato uno dei primi film che ho visto in vita mia (sì lo so, ho avuto un’infanzia particolare!), ed uno dei film ai quali sono più affezionato in assoluto. Mi sembrava doveroso vedere e giudicare questo remake, che in realtà è di una bruttezza imbarazzante: povero di idee, politicamente corretto, noioso. Dimenticate i tempi in cui Bruce Campbell si ritrova solo nella notte, circondato da demoni, con schizzi di sangue verde che macchiano lo schermo e altre meraviglie del genere. Qui è tutto molto meno interessante, dalla fotografia alla regia, dalle interpretazioni alle (discutibili) trovate in fase di scrittura. Sapere che Sam Raimi e Bruce Campbell sono i produttori di questo remake mi ferisce il cuore: per soldi hanno venduto anche loro l’anima al diavolo. Uno dei peggiori film visti negli ultimi anni.

Machuca (2004): Altro film cileno che altro non fa che alimentare la nostalgia per quel magnifico Paese che mi ha ospitato un annetto fa… Si tratta di una delle pellicole più celebri della cinematografia cilena, la storia di due ragazzini (uno borghese, l’altro povero) che stringono amicizia nel Cile di Allende, poco prima del colpo di stato di Pinochet che avrebbe portato desolazione e terrore. Molto carino, splendida e tenera la scena in cui i due protagonisti baciano la bella Manuela Martelli, tra un sorso di latte e un bacio. E pensare che cinque anni fa ho studiato in biblioteca per sei mesi gomito a gomito proprio con lei, a saperlo le avrei offerto almeno un cappuccino, o un latte macchiato! Scherzi a parte, un bel film.

L’ultimo spettacolo (1971): Peter Bogdanovich racconta con malinconia e realismo la vita quotidiana in un paesino del Texas, alle soglie della guerra in Corea. Una piccola sala di proiezione è il centro nevralgico della vita giovanile del paese, dove un giovanissimo Jeff Bridges e il suo migliore amico hanno le prime esperienze sentimentali e sessuali, e la vita va avanti, tra i baci di Cybill Shepherd (sì, la stessa stupenda ragazza di “Taxi Driver”) e il bisogno di sentirsi qualcuno. Il bellissimo bianco e nero aiuta ad alimentare la macchina del ricordo e della malinconia. Un intenso affresco della provincia statunitense degli anni 50.

Bronson (2008): Ci sono alcuni film che riescono a convincere dopo soli cinque minuti; “Bronson” è uno di questi. Diretto da Nicolas Winding Refn prima del successo di “Drive”, si tratta della storia vera del detenuto più celebre del Regno Unito, salito alla ribalta per la sua condotta violenta e per la sua voglia di apparire. Esteticamente è un film memorabile, spinto alla teatralità estrema, pieno di colori, quasi grottesco nella sua assurda visione della realtà. Ma in tutto ciò appare originale e pieno di ritmo, la violenza c’è ma non è mai gratuita, ed è il protagonista a rubare la scena a tutto ciò che lo circonda. Un eccellente antipasto, in attesa dell’imminente “Only God Forgives”.

pubblicato su Livecity

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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