Festival di Roma 2013 (Giorno 5): “Out of the furnace” è la prima delusione

Dalla serie: facciamoci del male. Oggi ho dato il meglio di me: cinque film, quasi uno dietro l’altro (salvo una sacrosanta pausa nel primo pomeriggio). Come vedete, ne sono uscito fuori, certo, mi sembra di avere gli occhi di uno che ha appena detto a Mike Tyson che è un idiota, ma “sono vivo, e non ho più paura” (come direbbe il soldato Joker). Bando alle ciance, passiamo ai film. Come sapete, o forse no, in ogni Festival che si rispetti c’è un film atteso che si rivela una delusione: oggi l’abbiamo trovato, e ce lo siamo tolto di mezzo. Sto parlando di “Out of the fornace”, di Scott Cooper (già regista del bellissimo “Crazy heart”): nonostante un insieme di splendidi nomi nel cast, composto da Christian Bale, Casey Affleck, Zoe Saldana, Willem Dafoe, Forest Whitaker e Woody Harrelson, il film dà continuamente la sensazione di trovarci di fronte a qualcosa di già visto e rivisto, trito e ritrito. Fino ad una resa dei conti finale che tutto fa tranne che appassionare. Si potrebbe quasi dire che la cosa migliore del film è “Release” dei Pearl Jam sui titoli di coda… Come già detto, Christian Bale e Casey Affleck, che avrebbero dovuto tenere un incontro con il pubblico oggi all’Auditorium, hanno disertato il Festival, lasciando Scott Cooper da solo. Non si fa così.

Tra gli altri film in concorso presentati oggi c’era il romeno “Quod erat demonstrandum” di Andrei Gruzsniczki (…quasi rimpiango lo spelling di McConaughey) e l’italiano “I corpi estranei” di Mirko Locatelli. Il primo è sì un po’ lento, ma ha stile, uno splendido bianco e nero e una regia solida alle spalle: ambientato nella Romania di Ceausescu, è una storia di intercettazioni, sottotrame politiche, impicci vari (un matematico vuole pubblicare la sua ricerca su una nota rivista americana senza il permesso del governo, causandogli non pochi problemi). Ad ogni modo è riuscito, cosa che a quanto pare non si può dire del primo film italiano in concorso, in cui Locatelli cerca di fare il terzo dei fratelli Dardenne (così dicono in molti, ma prendete queste voci per quello che sono). Passiamo ai sogni: “Patema Inverted” di Yasuhiro Yoshiura, film d’animazione giapponese in concorso nella sezione Alice nella Città, è una bellissima favola di fantascienza. Certo, fosse finita tra le mani di Miyazaki sarebbe potuto essere un capolavoro, ma tant’è. La storia non è tra le più semplici: la popolazione terrestre vive in un mondo sotterraneo, a causa di un esperimento fallito basato sull’inversione di gravità. Un giorno una ragazza, incuriosita dai racconti di un suo vecchio amico, va oltre la cosiddetta zona proibita, finendo su una parte di mondo in cui il popolo vive capovolto (e sotto il regime di una sorta di dittatura pseudo-militare). Qui incontra un giovane studente e insieme cercheranno di unire le due popolazioni. L’ho fatta semplice, ma la storia è ben più complessa, e senza dubbio ancora più interessante. Unico neo della proiezione l’ennesimo gruppo di studentelli cafoni, che hanno schiamazzato, urlato e fischiato per tutta la durata del film. Il grande problema di Alice nella Città è questo: è una sezione fatta per le scuole e per i ragazzi, ragazzi che spesso però non hanno nessuna voglia di vedere bei film, assuefatti alle stronzate mainstream che sono abituati a guardare. Scusate lo sfogo, ma quando ho sentito che durante la proiezione alcuni ragazzi hanno indossato le cuffie per ascoltare Eminem, mi sono cascate le braccia.

Torniamo ai film. Nella sua ultima proiezione il film dei Manetti (“Song e napule”, di cui abbiamo parlato domenica) fa registrare file chilometriche e sala stracolma di spettatori, spinti dall’ottimo passaparola (che ho contribuito personalmente ad alimentare). Altro film, presentato invece oggi ma comunque abbastanza apprezzato, è stato il francese “Je suis le mort” di Jean-Paul Salomé, in cui il protagonista accetta un lavoro come “morto”, nelle ricostruzioni delle scene del crimine da parte della polizia. La sua ossessione per ogni dettaglio impressiona la procuratrice magistrale e la aiuterà a risolvere un caso molto delicato. Io l’ho trovato carino, ma non manca chi l’ha definito “all’altezza di episodio di Don Matteo”. Cosa volete che vi dica. Ad ogni modo a chiudere questo quinto, intenso, giorno di Festival è arrivato il sangue di “The Green Inferno”, di Eli Roth (regista di “Hostel” e il celebre Orso Ebreo di “Bastardi senza gloria”). Il suo film, accolto un po’ freddamente dalla stampa, è una sorta di omaggio al celebre “Cannibal Holocaust” di Ruggero Deodato. Qui le vicende si svolgono in Perù, dove un gruppo di ragazzi, finiti in Sudamerica per impedire la distruzione di una parte della giungla, finiscono tra le mani di una tribù di cannibali. Disgusta un po’, come nelle intenzioni del regista, ma niente di più.

Grande fermento per domani: “Gods behaving badly” (in cui un gruppo di dei dell’Olimpo si ritrova intrappolato in un appartamento di Manhattan) potrebbe essere la sorpresa del giorno, segnato dalla presenza di Wes Anderson all’Auditorium, che terrà nel pomeriggio un incontro con il pubblico. Atteso con curiosità anche l’arrivo di Daniel Pennac, che insieme al regista Nicolas Bary presenterà “Il paradiso degli orchi”, il film tratto dal primo romanzo della saga di Belleville (che vi consiglio vivamente di leggere, perché è qualcosa di meraviglioso). Ora, se permettete, mi butto a dormire. A domani.

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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