Recensione “Il paradiso degli orchi” (“Au bonheur des ogres”, 2013)

Sono passati quasi trent’anni dalla pubblicazione di un libro che in breve sarebbe diventato un cult, l’inizio di una magnifica avventura (o saga, come si usa dire oggi) immersa in quel di Parigi, nelle atmosfere colorate di Belleville, il quartiere etnico per eccellenza, una vera e propria città nella città. La saga della famiglia Malaussene, tribù senza padre, con una madre perennemente in fuga d’amore, sostenuta dal fratello più grande: Benjamin Malaussene, di professione capro espiatorio. A Nicolas Bary, regista semi-esordiente, l’onere e l’onore di adattare per lo schermo il primo libro della serie, quel paradiso degli orchi che ha reso Daniel Pennac uno degli scrittori più amati degli ultimi due decenni. Incassato il sì dello scrittore, Bary si è subito adoperato per rendere il suo film un prodotto all’altezza della fama del libro: operazione ardua, visto che non c’è niente di più pericoloso che deludere i fan di un’opera letteraria. Il giovane regista francese non solo riesce nel suo compito, ma fa ben sperare per un futuro adattamento cinematografico di tutti i libri della serie (anche se, dopo averlo interpellato direttamente, ci ha confessato con una sincerità quasi imbarazzata che non sa ancora se potrà realizzarli).

Benjamin Malaussene lavora nei Grandi Magazzini come capro espiatorio: quando i clienti insoddisfatti si rivolgono all’ufficio reclami, Malaussene è colui che viene convocato dai superiori per prendersi tutta la colpa, per prendere una lavata di capo talmente impressionante da far cadere ogni proposito di denuncia minacciato precedentemente dai clienti stessi. Poco prima di Natale però una serie di esplosioni non accidentali all’interno dei Grandi Magazzini mette nei guai Benjamin: è lui il principale sospettato della Polizia. Con l’aiuto della esuberante Julia e della sua pazza famiglia, Benjamin cercherà di tirarsi fuori dai guai, nonostante le indagini, la rabbia dei superiori, i problemi con i suoi piccoli fratelli.

Bary riesce a portare sullo schermo tutta l’allegria e l’energia sprigionata dalla famiglia, anche se per far questo lascia completamente da parte la vitalità di Belleville, una delle caratteristiche più evidenti dei libri. Per evidenti motivi narrativi esclude dalla famiglia la sorella preferita di Benjamin (Clara), ma nonostante tutto il suo Paradiso degli Orchi funziona, diverte, trasmette buone vibrazioni, forte anche di un eccellente lavoro di casting: Berenice Bejo è al massimo della sua bellezza e vitalità, Emir Kusturica è talmente azzeccato che sembra uscito fuori dal suo personaggio letterario, lo stesso Raphael Personnaz è un ottimo Benjamin, così come tutti gli altri elementi della famiglia sono stati scelti e caratterizzati perfettamente. Lo stile di Bary mette leggermente in secondo piano l’intreccio noir per concentrarsi maggiormente sulla leggerezza da commedia (esagerata e ostentata nel pessimo trailer e nell’altrettanto pessima locandina, che ci avevano fatto temere per il peggio), ma ciononostante ci lascia con la soddisfazione di vedere finalmente sullo schermo un’ottima trasposizione di un romanzo che tutti abbiamo amato (non l’avete ancora letto? Cosa aspettate?). La benedizione di Daniel Pennac inoltre, che sta seguendo la promozione del film, è un’ulteriore garanzia. In attesa de “La fata carabina”, se mai Bary riuscirà a realizzarla…

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Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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