Recensione “C’era una volta a New York” (“The Immigrant”, 2013)

L’ultimo film di James Gray si apre con la Statua della Libertà, il cielo grigio e cupo di una New York fuori dal tempo. La scena si sposta poi a Ellis Island, luogo carico di fascino e storia, turning point di destini e speranze. Siamo negli anni 20: James Gray, il cui nonno approdò dalla Russia proprio ad Ellis Island per cominciare una nuova vita negli Stati Uniti, recupera dagli archivi di famiglia fotografie, atmosfere e racconti, trasformando il passato della sua famiglia in un film lineare, ben realizzato, al quale non manca davvero nulla: una storia interessante, attori meravigliosi, atmosfere suggestive.

Dopo un lungo viaggio in nave dalla Polonia, Ewa e sua sorella Magda riescono finalmente ad arrivare a New York, per ricominciare a vivere dopo i dolori della Grande Guerra. Le due sorelle vengono però immediatamente separate: Magda viene messa in quarantena a causa delle sue condizioni di salute, Ewa invece viene introdotta clandestinamente da un affascinante impresario, Bruno Weiss. Sola e impaurita in una Manhattan colma di insidie, Ewa viene convinta a prostituirsi per riuscire a mettere insieme i soldi necessari a curare e quindi ritrovare sua sorella. Ma i pericoli sono ovunque: la polizia, pronta ad espellere la ragazza dagli Stati Uniti, lo stesso Bruno, salvatore e sfruttatore, geloso della presenza di un cugino ammaliante e pieno di attenzioni. Il dramma è dietro l’angolo.

Da una parte Joaquin Phoenix, come sempre impetuoso sulla scena, dall’altra parte Jeremy Renner, elegante e disinvolto. Entrambi vengono quasi messi in ombra dalla strepitosa interpretazione di una sontuosa Marion Cotillard, espressiva in ogni singola sfumatura del suo viso, in ogni sguardo, in ogni silenzio. Un trio perfettamente assortito, la vera fortuna della pellicola, che senza di loro sarebbe forse una semplice storia di immigrazione. Ma è qualcosa di più: attori a parte, degna di nota la bellissima fotografia di Darius Khondji, che sembra si sia ispirato ai dipinti di George Bellows (pittore grandioso, andate a cercarvi le sue opere) per trovare la giusta luce in cui avvolgere il film. James Gray da parte sua segue i suoi personaggi in maniera precisa, quasi nasconde la macchina da presa, e lascia che siano loro le principali attrazioni di questo circo del destino. Il sogno americano non è mai stato così doloroso, o forse sì?

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Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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Una risposta a Recensione “C’era una volta a New York” (“The Immigrant”, 2013)

  1. sebastian procaccini ha detto:

    non sono d’accordo, è Joaquin Phoenix il vero fulcro, o meglio il suo personaggio. per il resto trovo che questo sia un film bellissimo.

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