Recensione “12 anni schiavo” (“12 years a slave”, 2013)

Uno dei film più attesi di questa prima parte dell’anno, sia per le nove nomination agli Oscar, sia per le tante voci che danno il film di Steve McQueen tra i protagonisti di questa stagione cinematografica. Non è mai facile muovere delle critiche a un film che sta raccogliendo così tanti consensi, ed è ancor più difficile farlo quando il tema trattato è così delicato. Eppure quello che è stato definito come “il capolavoro di Steve McQueen” non va oltre una pienissima sufficienza. Troppo poco per un film così ambizioso, non credete? Non è colpa del regista: le inquadrature di McQueen sono meravigliose, alcune assolutamente memorabili (basti pensare alla lunga scena a inquadratura fissa in cui il protagonista è appeso a una corda, mentre la vita intorno a lui scorre indifferente). Non è certamente colpa degli attori: Chiwetel Ejiofor centra il ruolo che vale una carriera (meraviglioso quel suo sguardo, così dignitoso anche laddove trapela sgomento e paura), Michael Fassbender al contrario salta fuori dagli schemi, incarnando perfettamente la parte dello schiavista senza scrupoli. Allora a cedere forse è proprio la storia?

Solomon Northup, nero nato libero nel nord degli Stati Uniti, viene improvvisamente rapito e venduto come schiavo, ritrovandosi catapultato in un mondo che non avrebbe mai potuto immaginare. Lontano da sua moglie e dai suoi figli, Solomon dovrà combattere con una quotidianità feroce e crudele, fatta di schiavitù, frustate e continue umiliazioni, in una perpetua lotta per la sopravvivenza.

Non fraintendetemi: è una vicenda incredibile, ancor più forte al pensiero che è realmente accaduta (il film è tratto dall’autobiografia scritta da Solomon Northup nella seconda metà dell’800). Atroce, indubbiamente potente, ma a livello cinematografico troppo poco avvincente. Per quanto i fatti siano estremi, per quanto le sofferenze insopportabili, sono però pochi i momenti in cui la storia di Salomon evolve, la maggiorparte del film è “soltanto” una testimonianza del trattamento al quale venivano sottoposti gli schiavi. Non mancano ovviamente i momenti di grande interesse, ma si ha come l’impressione che la tanto agognata ricerca della libertà da parte del protagonista sia quasi piegata alla rassegnazione. Ed è qui che la parabola di interesse cede, tenuta in piedi soltanto da un cast formidabile e dalla bravura del regista. Inoltre il contrasto tra le due parti del film sarebbe stato ancora più efficace se si fossero approfondite maggiormente le scene iniziali con la vita di Solomon da uomo libero Piaciuto? Magari sì, ma con le dovute riserve.

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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