Recensione “Jimi: all is by my side” (2013)

Come si fa a raccontare il talento? Come si fa a raccontare il genio? In poche parole, come si fa a raccontare Jimi Hendrix? L’arduo compito spetta a John Ridley, premio Oscar per la sceneggiatura di “12 Anni Schiavo”, qui in veste di regista. Il film racconta l’anno in cui un chitarrista mancino di Seattle si trasformò in mito: dal 1966 in cui Linda Keith, nota come “la ragazza di Keith Richards” lo scopre in un locale di New York, fino al 1967 in cui la Jimi Hendrix Experience viene invitata al celebre Festival di Monterey, in California. Il film di Ridley fa leva sulla straordinaria interpretazione di André Benjamin, che non solo è perfettamente somigliante a Hendrix in volto, nelle movenze e nella voce, ma è anche capace di riarrangiare il personaggio conferendogli quell’aura selvaggia e al tempo stesso enigmatica che lo ha sempre contraddistinto. A parte qualche scivolone sui soliti cliché legati al rock, la pellicola ha il merito di catturare gli aspetti più sinceri del personaggio, dall’iniziale incapacità (e a tratti anche indolenza) di Hendrix di andare oltre il semplice stare sul palco, la sua paura a spiccare il volo, fino a mostrare i lati oscuri di una leggenda del rock.

La musica, neanche a dirlo, la fa da padrona, nonostante la produzione si sia vista negata il permesso per utilizzare le canzoni originali di Hendrix. Non mancano però assoli incendiari, oltre ad altre canzoni dell’epoca (da “The house of the rising sun” ad una versione hendrixiana di “Sgt. Pepper’s”). Nonostante una grande collezione di pregi, il film di John Ridley fatica a decollare, si perde in sottotesti sentimentali, salvandosi però grazie alla profondità del personaggio e al racconto di un uomo alle prese con il difficile salto dalla mediocrità alla leggenda.

“Il nero con la chitarra al rovescio” infiamma i locali di Londra, sotto gli occhi del suo idolo Clapton e dei Beatles, tra le gelosie di Keith Richards: in una breve scena del film il chitarrista degli Stones perde il senno dalla gelosia nei confronti di Linda, alla quale in futuro dedicherà “Ruby Tuesday” (ma questa è un’altra storia, magari un giorno la vedremo in qualche film). Ridley non fa accenni all’infanzia di Hendrix (se non nei riferimenti – e nella telefonata – al padre Al), né arriva fino alla morte, giunta nel 1970. Il suo interesse è semplicemente quello di raccontare l’anno che ha cambiato la vita di Hendrix e la storia del rock: tra incontri e schitarrate, il film restituisce la devastante irruzione del più grande chitarrista di ogni tempo sulla scena inglese degli anni 60.
Aprirà la decima edizione del Biografilm Festival.

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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