Recensione “The Congress” (2013)

Tratto da “Il congresso del Futuro” di Stanislaw Lem, il nuovo film di Ari Folman (ricordate il suo meraviglioso “Valzer con Bashir”?) si pone su vari livelli di lettura. Subito si può notare il riferimento alla fantascienza distopica, sulla quale il film si basa per realizzare in realtà qualcosa di totalmente originale e letteralmente allucinante. Un’esperienza impagabile che trascina lo spettatore nel suo mondo futuristico, in cui l’assunzione di sostanze chimiche ha trasformato la società contemporanea in un enorme cartone animato, apparentemente perfetto, dove ogni individuo può assumere l’identità che ha sempre sognato e trasformarsi in qualunque forma la sua mente desideri. Un altro livello di lettura riguarda il cinema stesso: dietro il film di fantascienza c’è un grido di allarme nei confronti della direzione in cui la settima arte si sta dirigendo, tra avatar in 3D e animazioni in motion capture, con il ruolo degli attori che sta totalmente cambiando, costretti talvolta a girare un intero film all’interno di un set per il green screen.

Robin Wright interpreta se stessa. Dopo una serie di scelte sbagliate per la sua carriera artistica non le resta che accettare l’offerta di uno studio cinematografico senza scrupoli: vendere la sua identità di attrice. Il suo corpo e tutte le sue espressioni verranno scansionate digitalmente, in tal modo lo Studio potrà usarla come attrice in qualunque pellicola, senza il bisogno di averla effettivamente sul set e, quel che peggio, senza la possibilità di scegliersi ruoli e film. Grazie al denaro di questo accordo potrà pagare le cure per suo figlio. Vent’anni dopo, al termine del contratto, viene invitata ad un congresso futurista in cui l’unico modo per accedere è inalarsi le sostenze chimiche contenute in una fiala. Robin Wright si ritrova così catapultata in un mondo animato, allucinato, dove lo Studio vuole trasformarla definitivamente in una formula chimica. Il suo scopo è invece di tornare alla realtà e ritrovare il figlio che ha lasciato da solo.

La dittatura chimica descritta da Lem e quella “sociale” portata sullo schermo dal genio di Folman è un atto di accusa verso chi detiene il potere (nel libro le case farmaceutiche, nel film lo studio cinematografico): i produttori di sostanze chimiche gestiscono le emozioni della popolazione, ne controllano gli umori, le paure, i desideri. La creazione di un avatar fa inoltre pensare da vicino al mondo attuale schiavo dei social network, in cui cerchiamo di creare un mondo per noi ideale ma a conti fatti effimero. A questo mondo distopico Folman aggiunge la nostalgia per il cinema di una volta (citando, tra gli altri, “Il dottor Stranamore” di Kubrick), la minaccia di quelle tecnologie che rischiano di soppiantare il cinema che abbiamo sempre amato. Tra strizzate d’occhio a “Matrix”, vaghe suggestioni di “Vanilla Sky” e alla fantascienza d’autore figlia di Philip K. Dick e dello stesso Lem, il film di Folman è una di quelle rare pellicole che sui titoli di coda hanno il potere di lasciare senza parole.

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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