Recensione “Synecdoche, New York” (2008)

Quando Charlie Kaufman scrive un film, dobbiamo prepararci all’assurdo, all’inedito, all’imprevedibile. Dobbiamo prepararci a film meravigliosi come “Essere John Malkovich”, “Il ladro di orchidee”, “Eternal sunshine of the spotless mind”. Quando Charlie Kaufman scrive e dirige un film, allora dobbiamo andare oltre, perché una semplice preparazione non basterà. L’esordio alla regia dello sceneggiatore premio Oscar è un film che cerca di seguire un lungo filo rosso fino a scoprire che i fili rossi della vicenda sono centinaia di migliaia. Non esistono comparse, siamo tutti protagonisti della tragica assurdità della vita, un immenso teatro senza pubblico, o forse uno spettacolo in cui il pubblico stesso sono tutti gli altri attori. Kaufman ha l’ambizione di riprodurre su larga scala un gigantesco effetto Droste della vita, rendendo così umano un simulacro di tali proporzioni da catturare le attenzioni e le emozioni di chi lo osserva.

Il regista teatrale Caden Cotard è stato lasciato dalla moglie-artista, che si è trasferita con la figlia a Berlino. Cerca così di buttarsi in un’avventura con un’altra donna, Hazel, ma anche questa storia naufraga. Nel frattempo una malattia misteriosa gli sta lentamente bloccando le sue funzioni neurovegetative. Caden è ossessionato dall’idea che potrebbe morire presto, decide così di realizzare il suo capolavoro artistico, una piece teatrale unica nel suo genere. Il regista riunisce un sempre più vasto gruppo di attori in un enorme magazzino di New York e qui prova per decenni la messa in scena della tragica banalità della vita. I suoi attori vivono vite artificiali, mentre la sua vita deraglia del tutto, finendo anch’essa sulla scena. La linea divisoria tra realtà e teatro perde ogni contorno: l’universo della finzione e quello della realtà esistenziale di Caden si sgretolano sotto l’inesorabile passare del tempo.

La sineddoche è quella figura retorica che risulta da un processo psichico e linguistico attraverso cui, dopo avere mentalmente associato due realtà differenti ma dipendenti o contigue logicamente o fisicamente, si sostituisce la denominazione dell’una a quella dell’altra. Lo spettacolo di Caden è, come da titolo, la sineddoche di New York. Allo stesso modo gli attori della messa in scena di Caden si sostituiscono allo stesso Caden e a tutti i componenti della sua vita, in una realtà riprodotta in cui la finzione sembra perdersi tra i filamenti dei veri rapporti interpersonali. Philip Seymour Hoffman impera ancora una volta in uno dei suoi ruoli più faticosi, sofferti, indimenticabili. Che vi piaccia o no, Charlie Kaufman è un incredibile genio del nostro tempo.

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Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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5 risposte a Recensione “Synecdoche, New York” (2008)

  1. Padellino ha detto:

    Film e recensione meravigliosi, Kaufman raggiunge l’apice della sua carriera e segna il punto piú alto del cinema di questo secolo. (Dubito della correttezza sintattica del «meraviglios(i)», ma tant’è.) Uscirà in Italia tra poco, non è vero?

  2. Andre Diso ha detto:

    Ho letto il primo paragrafo, poi mi è scattato l’allarme spoiler e mi son fermato (che faccio, vado avanti o rimando la lettura?)
    Comunque ho sorriso alla lettura dei titoli dei film di Kaufman. Chissà perchè per il terzo hai usato il titolo in lingua originale?

    • Lessio ha detto:

      Nel secondo paragrafo ci sono accenni alla trama. Non ci sono spoiler ma ti consiglio comunque di non leggere oltre e di vederti il film. Poi però torna qui a dirmi cosa ne pensi..!

  3. Corrado ha detto:

    Visto ieri, per me rappresenta una pura forma d’arte: ogni spettatore può fare propria questa opera…

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