Recensione “La città incantata” (“Sen to Chihiro no kamikakushi”, 2002)

Non sarebbe bello vivere in un film di Hayao Miyazaki? Non sarebbe forse bello vivere in un mondo fantastico, incantato, certo, anche pieno di conflitti e avversità, ma soprattutto tenero, dove c’è sempre qualcuno pronto a prendersi cura di chi ha intorno? Forse sarebbe utopico, ed è per questo che al cinema sembra tanto bello: perché non esiste. Ma che male c’è a sognare a occhi aperti per un paio d’ore? Che male c’è a farci abbracciare dalle creature di Miyazaki, dal calore umano dei suoi personaggi, attraversando oceani a bordo di un treno o sferzando i cieli sul dorso di un dragone bianco? Che male c’è ad adagiarsi sui colori pastello delle tavole e bagnarsi nelle immense vasche di una stazione termale per divinità folcloristiche? Credetemi, non c’è proprio niente di male, e questo l’autore lo sa bene, ed è proprio per questo che uscendo dalla sala dopo un suo film ci sentiamo sempre delle persone migliori.

La piccola Chihiro si sta trasferendo con i suoi genitori in una nuova città. Tutto ciò che ha del suo passato è un mazzo di fiori d’addio e un biglietto firmato dai suoi amici. Durante il tragitto, la macchina si ferma di fronte ad un curioso edificio rosso, attraversato da un tunnel. I genitori di Chihiro si addentrano, seguiti dalla bambina, riluttante. Si ritroveranno in una città apparentemente fantasma, dove scoprono un meraviglioso buffet. Gli adulti si lanciano immediatamente sul cibo, trasformandosi in maiali, mentre Chihiro scoprirà lentamente la vita nascosta nella città incantata, anche grazie all’aiuto di un misterioso amico, Haku. La piccola dovrà trovarsi un lavoro, unico modo che ha per non essere trasformata anche lei e soprattutto per riuscire a salvare i suoi genitori.

Non saremmo mai grati abbastanza alla Lucky Red per averci portato in Italia i capolavori dello Studio Ghibli. Miyazaki anche stavolta riempie la pellicola di sottotesti e percorsi alternativi: il rispetto per le persone e per la natura (eloquente la scena del dio del fiume, reso putrido dall’inquinamento umano), la potenza del linguaggio e della comunicazione (le parole non sono mai usate a vanvera, hanno sempre un valore), l’inutilità dell’ingordigia e dell’avidità (il dio senza volto distribuisce oro a chi lo circonda, ma la sua unica amica sarà colei che rifiuta le pepite). Più che un film, una gemma preziosa, Orso d’Oro alla Berlinale nel 2002 e premio Oscar nel 2003 come miglior film d’animazione. Preparatevi alla meraviglia.

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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