Recensione “A girl walks home alone at night” (2014)

Il film è finito da pochi minuti e negli occhi ancora scorrono le immagini del primo incontro tra il giovane Arash e la misteriosa protagonista: un rallenty, una strobosfera e l’incedere incalzante della meravigliosa “Death” dei White Lies in sottofondo, mentre i due personaggi si fondono lentamente in un abbraccio. L’opera prima di Ana Lily Amirpour è una sorta di western urbano in lingua persiana: inquietante fotografia in bianco e nero, una ragazza-vampiro in skateboard, atmosfera da comics, colonna sonora magnifica e quella leggerezza indie capace di rendere questi 100 minuti semplicemente irresistibili. Suggestioni che derivano a tratti dal cinema di Tarantino, a tratti da quello di Jim Jarmush, in una pellicola pop, horror, vagamente western, difficilmente catalogabile ma senza dubbio affascinante.

Una misteriosa ragazza-vampiro si aggira di notte tra le strade della orribile Bad City, un luogo di morte e desolazione popolato dalla peggior feccia del genere umano. La ragazza segue i passi di coloro che osserva e una notte incontra su un marciapiede Arash, un ragazzo buono e solitario con il quale instaura immediatamente un’ambigua amicizia.

Lingua persiana e produzione statunitense: tra questo mix di culture scaturisce una pellicola ricca di influenze, sia a livello musicale (i persiani Kiosk, oltre ai già citati White Lies, regalano alla pellicola il mood di cui ha bisogno) che cinematografico (la nouvelle vague, il mumblecore e più in generale il cinema indipendente americano). Fino ad arrivare ad una fuga notturna in macchina sulla grande strada della libertà che sembra ricordare la Thunder Road di springsteeniana memoria. Un incontro surreale tra due anime solitarie in cerca di un posto nel mondo. Un piccolo grande gioiello cinematografico.

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Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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