Recensione “Magic in the moonlight” (2014)

La vera magia di Woody Allen sta nel fatto che passano gli anni, cambiano i volti, ma la coerenza del suo cinema non ha cedimenti: si tratti di Owen Wilson, Larry David o, come in questo caso, di Colin Firth, le parole che ascoltiamo uscir fuori dai loro personaggi sono Woody Allen allo stato puro. Ed è così che la sua razionalità scientifica, la sua cultura intellettuale, la sua passione per la psicoanalisi e il suo cinismo trovano pienamente conforto tra le righe e le espressioni di uno splendido Colin Firth, spassoso punto di riferimento di una pellicola ispirata e senza dubbio tra le migliori della produzione recente del regista newyorkese.

Anni 20. Il celebre illusionista inglese Stanley Crawford, noto con il nome di Wei Ling Soo, viene invitato in Francia da un suo amico al fine di smascherare una giovane medium affascinante e al tempo stesso capace di miracoli strabilianti. Crawford è un uomo razionale e dall’ego smisurato, non crede a nessuna vita dopo la morte, a nessun essere superiore, semplicemente si attende a ciò che la scienza può realizzare. Secondo lui la bella Sophie non è nient’altro che una scaltra truffatrice giunta in Francia per mettere le mani sul denaro della facoltosa famiglia che sta ospitando lei e sua madre, per questo motivo è ben deciso a scoprire i suoi trucchi. Ben presto si renderà conto che i prodigi di Sophie sono però reali, che esiste un aldilà e che forse tutto ciò in cui credeva non aveva senso.

Una sceneggiatura scoppiettante e due volti perfetti per l’occasione: le smorfie di Colin Firth e i grandi occhi di Emma Stone sono soltanto le stelle intorno alle quali ruota questa parte di universo alleniano, che trova ancora una volta in Francia l’ispirazione per un film basato sulla magia e l’irrazionalità dell’amore, senza però lasciare da parte le risate e il solito, immancabile, divertimento.

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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