Recensione “Blackhat” (2015)

Michael Mann non fa più un film veramente bello dai tempi di “Collateral”, e sono passati ormai dieci anni. Il suo ultimo “Blackhat” prende il bellone di turno (un seppur bravo Chris Hemsworth, già apprezzato in “Rush” di Ron Howard), qualche ambientazione esotica (Hong Kong e la Malesia) da sconvolgere con le scene d’azione e i soliti intrighi da thriller americano, con un hacker avido, malvagio e geniale che può essere scovato soltanto da un altro hacker, altrettanto geniale, che però sta scontando una grossa pena in carcere (l’originalità del plot è appassionante). Se l’introduzione del film può sembrare decisamente accattivante (un viaggio virtuale tra i circuiti infiniti dei computer), così come la regia di Mann (che si può accusare davvero di tutto ma non di non conoscere il suo mestiere), la grande pecca di questo film è una sceneggiatura che sembra impostata con il pilota automatico. Ora, come ben sapete da queste parti non siamo grandi fan dei film d’azione, quindi aggiungete questo dato alle mie righe, ma ad ogni modo siamo grandi amanti del cinema che non prende in giro lo spettatore, di un cinema che prova in qualche modo a raccontare qualcosa. “Blackhat”, come la maggiorparte dei thriller d’azione statunitensi, vuole davvero che lo spettatore si beva qualunque cosa. Prendete ad esempio il personaggio di Hemsworth, Nick Hathaway, che sconta la sua pena in carcere allenando la mente, con libri e musica, e il fisico, con qualche flessione. Ricordiamolo: è un hacker, un genio dell’informatica, condannato a 13 anni di prigione per smercio di carte di credito false. Insomma, per essere un genio di quel calibro deve essere uno che ha passato la vita davanti ad uno schermo, immaginiamo. Bene, quando esce dal carcere per aiutare i servizi segreti a risolvere la questione, si ritrova improvvisamente ad essere un esperto di combattimento corpo a corpo (in una scena riesce a sconfiggere da solo, a mani nude, cinque cinesi arrabbiatissimi e armati di coltello), un esperto di strategia militare (come confermano gli ultimi trenta minuti), un esperto di medicina, di economia e chi più ne ha più ne metta. Probabilmente se il film gliene avesse dato il tempo si sarebbe rivelato anche un perfetto opinionista da Bruno Vespa e un allenatore di calcio da bar.

E Michael Mann pensa davvero che gli spettatori si berranno tutto ciò? Purtroppo sì, e la cosa peggiore è che ha anche ragione, sono in tanti a cercare dal cinema solo semplice intrattenimento, immagini che scorrono e poi tornare alla loro vita. Contenti loro. L’estetica di Mann, comunque eccezionale quando deve raccontare la notte, con le sue luci a neon e la sua atmosfera (unico grande richiamo al già citato “Collateral”), non basta a trascinare il film oltre la soglia della sufficienza. Non basta neanche il suo uso sapiente del digitale, che esalta proprio i colori di quelle notti, né quello della macchina a mano per portare gli spettatori dentro l’azione. Ma la domanda è: sei anni dopo “Nemico Pubblico”, questo è tutto ciò che il regista è riuscito a partorire? In sei anni? Allora c’è poco da stare allegri. Per fortuna possiamo consolarci con i dvd di “Heat”, “Insider” e “Collateral” e ricordarci i tempi, ormai remoti, in cui Mann realizzava film davvero splendidi.

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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2 risposte a Recensione “Blackhat” (2015)

  1. Ivan ha detto:

    Beh a suo modo Nemico Pubblico è un bel film, anche Miami Vice ha momenti da non buttare!

    • Lessio ha detto:

      Onestamente, nonostante l’indiscutibile bravura di Mann alla regia, sono due film che ho dimenticato alla svelta. Stesso commento che faccio a proposito di questo suo ultimo lavoro, e pazienza se risulterò impopolare…🙂

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