Recensione “Janis” (“Janis: Little Girl Blue”, 2015)

“I’d trade all of my tomorrows, for one single yesterday”. Non è William Shakespeare, e non è John Keats: siamo nel 1969, e il poeta è Kris Kristofferson. Un anno più tardi la sua donna, una certa Janis Joplin, gli “ruba” la canzone, cambia la Bobbie del titolo nel maschile Bobby, e grazie alla sua voce, alla sua grinta, alla sua disperazione, regala questo pezzo alla storia della musica, proprio pochi giorni prima di morire, come se la sua richiesta di scambiare tutti i suoi domani con un singolo ieri fosse stata accolta. Il documentario di Amy Berg mette a nudo la fragilità di una donna dalla voce unica, avvolta da una grande inquietudine per tutta la sua adolescenza, la cui unica, grande ambizione non è mai stata fare soldi o essere famosa, ma semplicemente essere accettata dagli altri ed essere finalmente amata.

Come ogni documentario biografico che si rispetti, la storia ripercorre la vita dell’artista dall’infanzia in Texas fino alla morte, prematura, avvenuta nel 1970 a soli 27 anni. La regista si serve di molte immagini d’archivio (tra cui la straordinaria performance al Monterey Pop Festival, che potete trovare anche su Youtube), alternate alle interviste a familiari, amici, compagni e musicisti che hanno accompagnato la sua vita e la sua carriera. Ma il vero filo conduttore del film sono le numerose lettere che Janis mandava ai suoi genitori, in cui descriveva le varie fasi della sua carriera, i suoi amori, le sue speranze, i suoi timori. Lettere in cui era semplicemente se stessa di fronte all’arduo confronto con le aspettative dei suoi genitori, con le proprie aspettative, con il suo passato di umiliazioni e con quella impopolarità che ai tempi di scuola può fare a pezzi l’anima di una ragazza.

Un film che si pone in maniera onesta nei confronti del pubblico, non lo ricatta né lo costringe ad accettare le continue dipendenze e gli abusi di droga nei quali si gettava la cantante nei momenti in cui sentiva il bisogno di provare sulle sue spalle tutto il peso del mondo. Una spugna che assorbiva la tristezza e la malinconia delle persone, oltre che la propria, e che poi rigettava nella sua musica, nelle sue canzoni per le quali dava tutta se stessa. E mentre tutti i componenti della sua band tornavano a casa con le persone che amavano, Janis tornava da sola, fino a quella maledetta volta in cui scambiò tutti i suoi domani: chissà, piccola ragazza triste, se sarà valsa la pena viverlo, quel singolo ieri.

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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