Recensione “È solo la fine del mondo” (“Juste la fin du monde”, 2016)

Il film comincia con una promessa. C’è un volto di fianco al finestrino di un aereo. Una voce fuori campo parla dell’andare, ma anche del tornare. Si tratta del protagonista, un giovane uomo, che sta tornando a trovare la sua famiglia dopo dodici anni di assenza. Deve comunicare loro una notizia terrificante: sta per morire. Sono passati soltanto quaranta o cinquanta secondi e già Dolan ci ha agganciato. I titoli di testa sono l’occasione per farci osservare fuori dal finestrino del taxi che sta portando Louis dall’aeroporto al paesino dove vive la sua famiglia. Ci sono scene di vita quotidiana. Dettagli. Abbiamo giusto il tempo di riempirci la testa di domande, ma è anche l’ultima volta in cui il regista ci permetterà di rilassarci. Xavier Dolan ha soltanto 27 anni e ogni volta che vedo un suo film mi sento davvero depresso. Che facevo io a quell’età? Mi ubriacavo alle feste universitarie? Forse anche Dolan lo fa, ma tra una festa e l’altra di certo scrive e dirige film di questa portata. Il testo è tratto dalla piece teatrale omonima diretta da Jean Luc Lagarce, qui arricchita dall’incredibile potenza del cinema e da un cast decisamente fuori dall’ordinario (Vincent Cassel, Marion Cotillard, Lea Seydoux e Nathalie Baye sono incredibili).

E così Louis torna a casa dopo dodici anni, nel “buco del culo del mondo” da cui è fuggito tanti anni prima, lasciando là una madre affettuosa, un fratello maggiore tormentato e una sorellina irrequieta che è cresciuta senza di lui. In casa trova anche la moglie di suo fratello, che non ha mai conosciuto e che forse è l’unica che riesce davvero a capire il motivo per cui è tornato. A conti fatti Louis appare il personaggio meno umano della vicenda, chiuso nella sua freddezza, nel suo successo, che sembra giudicare tutti (se fate attenzione alle prime scene in cui torna a casa, i personaggi vengono inquadrati in soggettiva dall’alto verso il basso, sostituendo la macchina da presa allo sguardo del protagonista). Con il passare del tempo, uno degli elementi fondamentali della storia, le inquadrature si fanno sempre più strette, la scena più costipata, la fotografia più buia. Lo spettatore si sente a disagio, siamo come estranei che si intromettono nella vita di una famiglia, siamo come vicini di casa che origliano la commedia umana dall’altro lato della parete. Mi scuso per i commenti tecnici su inquadrature e uso della luce, ma è qui che esce fuori tutta la bravura di Dolan nel portare sullo schermo un testo teatrale senza dare neanche per un momento l’impressione che si tratti di teatro. È qui che un regista come Dolan fa la differenza rispetto ad un mestierante qualunque. È qui, non facendoci respirare neanche un momento, che Dolan usa il cinema a modo suo, devastandoci, mettendoci a disagio e andando a vincere un altro premio al Festival di Cannes (e forse l’Oscar per il miglior film straniero? Chissà).

Un film drammatico normalmente è come un test di Rorschach: ognuno ci vede dentro ciò che vuole. Andare al cinema in questo caso potrebbe rivelarsi davvero una seduta psicoanalitica. Per fortuna fuori dalla sala ero a Villa Borghese, sotto il sole di Roma, e respirare è stato più semplice. Ma ancora adesso, dopo quasi due ore dai titoli di coda, sento dentro di me qualcosa che non mi fa sentire a mio agio. Un grande film.

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Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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