Recensione “A proposito di Davis” (“Inside Llewyn Davis”, 2013)

Il nuovo, splendido, film dei fratelli Coen è una ballata folk, a tratti cinica, un po’ sorniona, ma come sempre ironica  e brillante. Il Greenwich Village degli anni 60, qualche anno prima di diventare il Greenwich Village di Bob Dylan e del “Cafè Wha?”, nel suo periodo di quiete prima della tempesta musicale, nel suo periodo di povertà prima del boom. Si tratta di un Village ancora lontano (ma non troppo) dall’arrivo degli album di successo, dei soldi, delle star. In questo contesto si inserisce la storia di Llewyn Davis, personaggio di fantasia ispirato alla figura di Dave Van Ronk, musicista folk di quella Manhattan, che condivide con il Davis dei Coen la provenienza dalla working class, tratti della sua storia e soprattutto alcune canzoni. Erano i tempi in cui i fedeli della folk music si scambiavano vecchie canzoni come fossero un linguaggio in codice, un segreto da custodire. Erano i tempi in cui la povertà non era solo un prezzo da pagare per inseguire la propria arte, ma era anche una sorta di voto: i musicisti accedevano così a quella che poteva sembrare una setta, che permetteva ai suoi adepti di essere figli di una stessa madre: la Musica.

Llewyn Davis, chitarrista folk, si muove per le strade di New York, perennemente chiuso nella sua giacca, troppo leggera per respingere gli attacchi dell’inverno e dell’impossibilità di realizzarsi. Non è certamente il talento che manca a Davis, ma sembra continuamente trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato: trova ospitalità sui divani delle persone più disparate, si ritrova quasi per caso in un viaggio verso Chicago che non farà altro che alimentare i suoi rimpianti e le sue sensazioni negative (il suo partner musicale è morto lanciandosi da un ponte), resta coinvolto in gravidanze accidentali. Ma soprattutto sono gli anni sbagliati: Bob Dylan non ha ancora fatto la sua apparizione e, fino ad allora, vivere di musica nel Greenwich Village sarà una continua corsa ad ostacoli.

I Coen richiamano l’atmosfera del periodo già dalla locandina del film, che fa vagamente pensare alla copertina di “The Freewheelin'” di Dylan, uscito nel 1963. Oscar Isaac presta voce, volto, anima e cuore al suo protagonista malinconico, e trova la migliore interpretazione della sua carriera. Lo affiancano, in varie fasi della pellicola, l’ottima Carey Mulligan, il versatile Justin Timberlake e un esilarante John Goodman, una delle figure di riferimento della cinematografia dei fratelli Coen. Splendido nel dipingere con colori desaturati le atmosfere di un’epoca lontana (grande il lavoro di fotografia di Bruno Delbonnel), ma che in qualche modo sentiamo costantemente vicina: come il Llewyn Davis del film, la nostra stessa società sembra trovarsi in un momento di perenne transizione in cui il passato è morto e il futuro non sembra essere ancora nato. Per questo la difficoltà di Davis sembrano le stesse difficoltà della nostra generazione, il continuo scontro tra il talento e l’incapacità di emergere. Una canzone ci salverà? Forse no, ma la musica resterà sempre l’accompagnamento migliore, mentre cerchiamo di restare a galla.

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Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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