Recensione “Love and Mercy” (2015)

Il film che ogni amante dei Beach Boys vorrebbe vedere, o meglio, ogni amante di Brian Wilson, anche se in fondo è praticamente la stessa cosa. Bill Polhad, dopo un timido tentativo da regista nel 1990 e una apprezzabile carriera da produttore, torna dietro la macchina da presa per raccontare la storia di uno degli artisti più geniali ed influenti della storia del pop/rock. Il film si concentra principalmente su due fasi della vita di Brian Wilson: la realizzazione di “Pet Sounds”, uno degli album più innovativi mai realizzati, e l’incontro con la futura moglie Melinda, avvenuta durante gli anni della malattia mentale e delle “cure” particolari del controverso terapeuta Eugene Landy.

La parte in cui viene raccontata la nascita di “Pet Sounds” (nato nella testa di Wilson dopo l’ascolto di “Rubber Soul” dei Beatles), l’attenzione ad ogni dettaglio, la sperimentazione quasi estrema, la cura maniacale ad ogni dettaglio da parte dell’artista è una vera gioia per l’amante dei Beach Boys: chi ha in casa una copia dell’album (spero tutti), chi lo conosce e lo ama non può trovare soddisfazione nella ricreazione in studio degli arrangiamenti, del modo in cui dal nulla il genio di Wilson ha prodotto alcune delle più belle canzoni degli anni 60 (ascoltatevi di nuovo “God Only Knows”, nel caso abbiate qualche dubbio). In tutto ciò c’è spazio anche per le frizioni con il cugino Mike Love, uno dei principali cantanti della band e in questo caso voce fuori dal coro, che alle sperimentazioni di Wilson avrebbe preferito altri successi commerciali che parlassero di spiaggia, estate e ragazze. D’altra parte la parte dedicata alla malattia mentale è forse più interessante dal punto di vista narrativo, si incastra perfettamente con quel lato oscuro del genio che il cinema ha già saputo raccontare in molteplici sfaccettature, ma perde qualcosa dal punto di vista spettacolare.

Paul Dano e John Cusack sono le splendide facce di una medaglia capace di cambiare la storia della musica ma al tempo stesso di autodistruggersi. Neanche a dirlo, la colonna sonora è splendida: oltre ai moltissimi brani della band californiana c’è anche spazio per altre splendide canzoni come “Nights in the white satin” dei Moody Blues e “You don’t have to say you love me” di Dusty Springfield (entrambe già presenti tra l’altro nella colonna sonora di “I Love Radio Rock”, dove compare anche “Wouldn’t it be nice” tratta proprio da “Pet Sounds”). Dopo aver visto il film il grande dubbio è se potrà mai piacere a chi non ama i Beach Boys, ma in fin dei conti è un dubbio che va subito dissipato: può davvero esserci qualcuno che non ama i Beach Boys?

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Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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